15 gennaio 2010

Che tempo fa?

Il tempo: un dì, tema di conversazione futile e inconcludente per eccellenza, il più neutro che ci fosse, da evocare quando si voleva esser sicuri di non urtare la suscettibilità di nessuno: in molte lingue, le descrizioni dei suoi eventi non sono appunto sintatticamente impersonali? Questione da mettere sul tappeto perciò, quando si intendeva intrattenersi con chicchessia, parlando in realtà proprio di nulla e mettendo solo a frutto così la funzione che Roman Jakobson chiamò fàtica.
Ebbene, ci avranno fatto già caso i due vigili lettori di Apollonio, il tempo è divenuto negli ultimi decenni (e oggi fragorosamente) uno dei soggetti più vivi e presenti nella comunicazione, e non solo in quella che si svolge sugli ascensori condominiali. Nugoli di scienziati l'hanno eletto a centro dei propri interessi. Uomini politici di rilievo mondiale costruiscono le loro fortune e ricevono premi cospicui e attestati di stima universale mostrando di preoccuparsene molto. Conferenze internazionali gli sono continuamente dedicate, con contenziosi sterminati e contestate firme di trattati, poi sottoposti all'approvazione di assemblee politiche nazionali e sceverati, in tutte le loro pieghe, dagli organi di stampa e dall'opinione pubblica più avvertita, che nel frattempo si tiene al corrente senza distrazioni su bollettini meteo che, più di quelli di guerra nei tempi delle guerre, lanciano allarmi a ripetizione e turbano i sogni già agitati della fetta grassa dell'umanità. Pioverà? Non pioverà? E se nevicherà, sarà troppo o mai abbastanza? Quanto estremo sarà il fenomeno atmosferico? Da quanto tempo, in luglio, non faceva tanto caldo? E quante migliaia di vittime si dovranno attribuire a tale picco? O alla violenza degli elementi?
Il tempo: insomma, uno dei temi più presenti del presente, e dei più caldi, anche nella vita quotidiana. Ad affrontarlo a cuor leggero si rischia di ferire, come con la religione, risentite suscettibilità, convinzioni radicate, credo profondi. Apollonio non esagera: gli è accaduto qualche tempo fa di essere in proposito giustamente ripreso da una studentessa, per un esempio linguistico costruito con improvvida e scherzosa spensieratezza a partire dai fiocchi di neve che si vedevano scendere di là dai vetri della finestra dell'aula. E ha chiesto scusa, perché il tempo è appunto adesso marca del presente, tema sensibile, su cui si sono addensati (dire perché sarebbe facile ed è quindi inutile) i nembi tempestosi dei sensi di colpa umani più ancestrali, come di quelli più estemporanei: con l'incombenza dell'ineluttabile punizione. Tanto più tremenda perché appunto, attraverso il tempo e come dice la sintassi delle lingue, impersonale: cielo senza dei, cieco boia, con una saetta, di un autolesionismo umano che continua a gonfiarsi smisuratamente e sembra perciò sempre più prossimo ad esplodere.
Apollonio pregusta perciò già il giorno (non lontano, c'è da pensare) in cui lascerà questo mondo, trasferendo la sua anima sui Campi Elisi, mai turbati da tempeste, nell'eterna ed immutabile mitezza del clima: lì, che egli senta discutere del tempo è improbabile. Ma non è solo ciò a rendergli desiderabile quel giorno. A caccia di autografi sui libri che, nell'ora di quel passaggio, l'accompagneranno moralmente, pregusta ancora di più l'incontro con anime grandi dei tempi che furono e con qualche buon sodale frettoloso e già prematuramente trasmigrato. È certo: curiosi ma supponenti, molti gli chiederanno: "E dicci, stupida recluta dal numero alto, qual è oggi la principale ambascia del mondo? Quali pensieri agitano il consorzio umano da cui vieni? Di cosa mai si discute lassù, tra i momentaneamente vivi?". "Del tempo", risponderà allora Apollonio a quegli spiriti accarezzati dai freschi zefiri elisei: e sogghignerà, sicuro di lasciarli, lui, quel dì, stupefatti.

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