31 dicembre 2012

Nomen, non me (11)



NOTTE DI SAN SILVESTRO
STRASVELTI TEDI, SONNO

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

30 dicembre 2012

Liquidi del diluvio

Modernità, società, pensiero, vicende collettive e vite individuali: tutto è uniformemente liquido, oggi, secondo la fortunata immagine scaturita dalla fantasia di Zygmunt Bauman e da qualche anno divenuta di gran moda, tra la gente di mondo. 
Devono esser divenuti liquidi anche molti cervelli. Per quanto Apollonio ne sappia, non circola altrettanto infatti la necessaria, correlata e più che evidente conclusione. E non si pretende nemmeno che tale circolazione sia critica. Basterebbe fosse anche solo  piattamente e pacificamente descrittiva. 
A giro d'orizzonte, c'è solo liquido? È allora chiaro che, già da un pezzo, deve essere in corso una delle periodiche repliche del diluvio universale. 
Non si sa se, anche questa volta, le acque limacciose si ritireranno e se la relativa fanghiglia si prosciugherà. Al momento, anche nella speranzosa e indispensabile ipotesi di una salvezza di forme dell'umana intelligenza, il solo rifugio è la piccola arca dove, in attesa di tempi migliori, si trova raccolto, almeno per modestissimi esemplari e in modo precariamente sistematico, quanto si è potuto della bella e ricca varietà dei metodi e delle idee, nei loro stati differenti: solidi, liquidi, gassosi secondo pertinenza e opportunità.
Fuori dell'arca, l'andazzo si compiace invece grandemente dell'alluvione. I più furbi e spregiudicati vi sguazzano:  suppongono ovviamente di essere anche capaci di cavalcarne l'onda. Si fidano di quella loro naturale inaffondabilità sulla quale la decenza non permette qui si insista. 
Come campione ed esemplare dell'attitudine, ecco farsi avanti una grande multinazionale. Essa opera appunto nel settore dei liquidi e, data la contingenza favorevole, vuole lucrarvi globalmente più di quanto già non faccia. Col suo principale prodotto (se non torbido, certo oscuro), si propone così di fornire al diluvio corrente e futuro prossimo una quantità crescente di materia prima:

A frusto a frusto (36)





A oggi, pare che il mondo finisca quasi due volte al secondo, per qualcuno, ma che con frequenza maggiore, per qualcuno, esso cominci.

29 dicembre 2012

27 dicembre 2012

Cronache dal demo di Colono (7): L'Ascensione di Natale

"...descendit ad inferos, tertia die resurrexit a mortuis, ascendit ad cælos, sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis, inde venturus est iudicare vivos et mortuos".

Unicuique suum, a ciascuno il suo, avrebbe forse commentato Leonardo Sciascia, sulla base di altissime autorità morali.  E nel suo è ovviamente incluso anche l'immaginario ideologico e culturale che chiarisce, fondamentalmente, il natalizio "Saliamo". Appropriato a inserire una nota di scanzonato controcanto è allora Woody Allen (citato qui secondo memoria dall'edizione italiana del suo delizioso Manhattan): "Tu ti credi Dio!" "Beh, a qualche modello dovrò pure ispirarmi...". 
Si tratta di "agenda", etimologicamente, di cose da fare. La coerenza programmatica dell'odierno "Saliamo" è in tal senso verificata dal ricordo del "Rimontiamo" di un anno fa (sul quale un ormai vecchio frustolo). L'isotopia narrativa ascensionale era addirittura percepibile dal principio, si apprende. E il pensiero va grato al fine scopritore dell'anagramma, conoscitore (a quanto pare) di arcane vie della parola vera.
Anche fuor d'anagramma, d'altra parte, nomen, omen. Di (Sue) altezze si tratta: palesemente. Così e anche in funzione di un posizionamento contrastivo, che fosse questione di 'ascendere' è sempre stato indubbio. E si intende come si possa pretendere, sempre in "agenda", che, ove Egli non 'ascendesse' dopo aver già quasi redento "i nostri peccati", si finirebbe (per opposizione concettuale soggiacente) nel mare tempestoso d'uno tsunami. Abbandonate le altezze, in tale pelago 'si affonderebbe' o 'si andrebbe alla deriva'. Di 'restare a galla', come comunità, non si par capaci e, quanto a 'remare', non c'è mai qualcuno che non lo faccia 'contro', nella male assortita accolta nazionale.
Qualcuno ha già detto (pare ad Apollonio di avere sentito dalla lontana Citera) che "rimette tutto nelle Sue mani".
Certo, procurando per voto l'eventuale perfezionamento dell'ascensione, c'è da mettere in conto che ci si consegnerà a un'ascesi, cioè all'esercizio di molti fioretti e sacrifici. Insomma, ci si voterà (è puro accidente polisemico) all'ascesi di un'ascensione (è puro accidente formale).
Buon Dio, per accidenti, è più veridica la Cabala delle laiche scienze dell'economia, della politica e degli etimi? Da avere i brividi o, in alternativa, da morir dal ridere.
Apollonio ha già detto di sospettarlo. La lingua, impietosa, parla chi la parla e non c'è forse nulla di più divertente, magari stuzzicandola un po', del sentirla impietosamente parlare chi la parla, soprattutto in pubblico. Come egli fa qui (e lo sa bene) temerariamente o come altri fa, con ponderatezza e serietà, su Twitter e altrove.

26 dicembre 2012

Note per una fenomenologia del punto esclamativo

Il punto esclamativo ha un'aria da manganello espressivo. Poco da stupirsi, di conseguenza, se esso si sia associato, come emblema, a momenti non troppo fausti dell'espressione pubblica italiana, nell'ultimo secolo, marcati appunto da un uso indegno del manganello. Nell'epoca in questione, del punto esclamativo si fece abuso. 
Come segno d'interpunzione, esso non è del resto mai stato troppo fine: sempre in riferimento alla medesima epoca, non c'è bisogno di ricordare Gadda e il suo Eros e Priapo per intendere come l'area evocativa del punto esclamativo comprendesse anche altro, allora. Di nuovo, con pretesto di un largo impiego, c'è da dire; ma con lecito sospetto, stavolta, di millanteria. Nel campo semantico, evocazioni frequenti, più che come affermazioni positive di valore, si prestano infatti a essere perlomeno interpretate come manifestazioni di insicurezza. 
Forse esemplare in proposito il famigerato "Vincere! E vinceremo!", proferito (c'è da scommetterci) sotto l'influenza della speranza (se non della convinzione) che dall'evocazione all'atto non si sarebbe mai passati; che alla prova non si sarebbe mai arrivati; che, insomma, i semplici punti esclamativi sarebbero stati sufficienti a ingravidare la storia. Si vide poi, tragicamente, che la speranza era stata vana, la convinzione rovinosa e che, a esibire punti esclamativi, si corre il grave rischio che qualcuno voglia poi verificarne tenuta e fondatezza.
Oggi, grazie al Cielo, il clima è molto mutato. E, sotto tutti i rispetti, non c'è che da rallegrarsene. Ciò non significa però che il punto esclamativo non continui a vivere i suoi fasti: rilevante indizio del fatto che in esso si cela forse un tratto dell'incoercibile volgarità umana. Tale tratto coglie poi le occasioni più diverse, per venire alla luce, al di là degli accidenti storici. 
Il punto esclamativo ha infatti occupato spazi nuovi. Anzitutto, molti contesti espressivi privati, oltre ai pubblici soliti (in politica) o rinnovati (nella comunicazione pubblicitaria). Di conseguenza, esso gode forse nella scrittura d'oggi del massimo corso nella sua storia secolare. Per usura sociale del punto fermo, lo si lo adopera sovente e in modo reiterato per marcare una sorta di definitiva perentorietà di quanto si esprime per iscritto. 
Si è giunti al punto che persino la chiusura di una banalissima lettera elettronica vede ricorrere l'un tempo improbabilissimo (anche perché sentito come oltraggioso) "Saluti!". 
L'aria del tempo induce a escludere che, come certo è accaduto un dì, chi usa con larghezza il punto esclamativo abbia un Priapo nell'orizzonte di riferimento della propria identità. Si tratti di donne o di uomini e prescindendo quindi dal genere, sembra piuttosto che tale orizzonte contenga una Petronilla. 
Per coloro che felici ragioni d'età rendono in proposito ignari si dirà che si tratta della protagonista, col marito Arcibaldo, di una vecchia striscia americana, onomasticamente adattata all'Italia e a lungo presente sul Corriere dei Piccoli. La memoria infantile inganna forse Apollonio. Gli pare però di ricordare che proprio a Petronilla (e al suo autoritarismo volto al meglio, vano e volgare) il caustico e preveggente autore della striscia avesse assegnato l'attributo caratterizzante di un matterello. 
Come dire, ancora una volta, di un punto esclamativo. Valuti chi legge, sotto questa nuova fattispecie, quanto ignobile, quanto ridicolo.

Farse in due battute (4)






"Il pieno di felicità senza piombo, per cortesia".
"Esaurita".

Farse in due battute (3)


"E guardi su quello scaffale: Per te, il mio amore. Proprio ciò che cerca. Anche la confezione non è niente male. No?"
"Sì. Ma mi faccia dare un'occhiata alle date di scadenza: Da vendere entro il...Da consumare entro il...?".

25 dicembre 2012

Bigotti

"Se avessi avuto paura di sputtanarmi, avrei fatto il bancario": lo dice la grande foto di un attor comico d'oggi, quello che, come strumento principale della sua arte di far ridere, tiene stabile l'aria stralunata del mezzo matto e del disadattato, forse anche per opposizione a un nome e cognome che più comuni non si potrebbe. 
Qualche giorno fa, col suo motto, la foto si è parata davanti ad Apollonio, a spasso per la più grande libreria d'Italia che (come le sue minori repliche di cui, in catena, l'Italia è costellata) tiene alle pareti immagini gigantesche di personaggi proposti come beati o eroi della cultura lì in vendita al popolo che vi conviene e lo fa, evidentemente, per edificarsi. 
Per via di tali immagini, quei luoghi di un commercio laico e venale prendono infatti un'aria da basilica o somigliano, se si preferisce, alle grandi sale in cui un dì si celebravano i congressi dei partiti unici delle ormai perente e cosiddette democrazie popolari (i pochi lettori di Apollonio ne avranno memoria).
Ed è così che la disarmante corrività del motto riferito in esordio trova la sua ragion d'essere. O l'ha trovata nell'animo di Apollonio, sempre orientato a ipotizzare sistemi che con le loro relazioni danno valore a cose ed espressioni e sempre pronto a riconoscere al mondo, come esso appare, la sua fondamentale onestà comunicativa. 
Per trasmettere i valori d'una cultura bigotta, certamente meno probo, più inquietante e ingannevole sarebbe stato l'attribuire a quella figura del finto santo matto l'innegabile verità del contrario di ciò che gli si fa affermare. Oggi, chi non ha paura di sputtanarsi fa il bancario infatti e il rischio è che, a far gli attori comici, siano rimasti solo i baciapile.  

22 dicembre 2012

Farse in due battute (2)





"Mi piace molto questo istante... "
"E guardi... è double-face: può indossarlo come adesso o, se preferisce, come mai più".

Farse in due battute (1)


"Ascolti... mi consiglia un rimorso o un rimpianto?" 
"Ma s'immagini... Qui, non Le si chiede di scegliere. Per la stessa spesa, sarà servito di ambedue".

[Alla riverita memoria di Achille Campanile]

A frusto a frusto (35)



È sciocco guastare un dono prezioso ma meno di quanto non sia sciocco farlo a chi lo guasterà.

21 dicembre 2012

Numeri (2): Giallisti



Il numero degli aspiranti eredi di Simenon che riempiono oggi con le loro opere seriali gli scaffali delle librerie è eguale a quello delle donne, diecimila, che Simenon medesimo, gran frequentatore appunto di bordelli, pretendeva d'avere amato.

19 dicembre 2012

Numeri (1): Cultori del bon mot


Come questo frustolo medesimo contribuisce a illustrare, il bon mot ha oggi un numero di cultori che tende pericolosamente a coincidere con quello degli sciocchi.

[Alla riverita memoria di Ennio Flaiano]

18 dicembre 2012

Bolle d'alea (17): Picabia

"Le bonheur pour moi, c'est de ne commander à personne et de ne pas être commandé".

È già l'ottava volta che Apollonio si appresta a vedere, al Cielo piacendo, la fine dell'anno in compagnia dei suoi cinque lettori. È la settima che egli prova a regalar loro, nell'occasione, un pensiero beneaugurante. Questa volta è l'augurio che chi legge questo blog goda certo della sopra definita felicità ma soprattutto che, non solo nell'anno che viene ma in ogni momento della sua vita futura, ne faccia propria la definizione.
Qui essa è assegnata a Francis Picabia solo in virtù del ricordo (fallace?) della nota di accompagnamento d'una esposizione. A Picabia non si attaglia male, del resto. Non fosse sua, resterebbe in ogni caso degnamente attribuita.

10 dicembre 2012

Trucioli di critica linguistica (8): Ancora Volkswagen

Inaugurato criticamente da Tacito, il millenario rapporto tra l'Urbe, come sineddoche dell'Italia, e la Germania s'arricchisce oggi d'un nuovo brandello. Si tratta della recentissima campagna pubblicitaria della solita grande casa automobilistica tedesca, destinata, c'è da credere, solo al mercato italiano: 


Per capire cosa dice la nuova campagna italiana della Volkswagen, è utile cogliere, quasi fosse la chiave che apre la porta di un sistema di relazioni espressive e comunicative, la fugacissima combinazione tra l'immagine e la formula "protezione sottoscocca", come ricorre in questo annuncio. 
La pubblicità, come si sa, vende illusioni. Al momento, pare però che agli Italiani, illusioni, non se ne possano proprio più vendere. Sono, e consapevoli, in brache di tela. E visto che, con gli "esigenti" Tedeschi, è in arrivo l'atteso e canonico calcio, una "protezione sottoscocca" è indispensabile.
Un sarcastico "W il calcio", col celebre simbolo della casa automobilistica al posto della semplice vu doppia, è del resto l'espressione riassuntiva sotto la quale viaggia l'intera campagna. E, come segnala ad Apollonio un sodale, essa compare iscritta, a conclusione dell'annuncio, in una stilizzata area di rigore.
Malgrado la "protezione sottoscocca", è del resto chiaro che si tratta di una presa per i fondelli per niente metaforica, anzi letterale. E, correlativamente, di un'Urbe e d'una nazione che, ridicolmente (e masochisticamente?) patite del calcio, sono ridotte alle pezze al culo e alle marchette: "...questo è marketing...". Con arrogante sprezzo del pericolo, ecco ciò che sembra vogliano dire tanto il committente quanto l'agenzia.
Hanno evidentemente molta e ben riposta fiducia nella capacità italiana di mettere sempre sul ridere le proprie disgrazie (anche un po' carognescamente, se è necessario) e sulla grande risorsa nazionale del "ma guarda che s'ha da fa' pe' campa'". Il rischio, insomma, è stato certo sociologicamente ben calcolato, dal punto di vista della resa commerciale:




Sbaglierebbe chi credesse, tuttavia, che suoni così e con tali crude note il fischio finale dell'eterna partita.

29 novembre 2012

Còlte (fresche?) in libreria

Scusino Apollonio i suoi cinque lettori. Da un po' mancava dai luoghi ed è quasi certo che l'afrore (per dirla con una parola di Caproni) di cui questo frustolo si fa ingenuo annusatore ha già da tempo investito il loro olfatto.
"Al centro di questo romanzo misterioso e potente..." esperisce Apollonio, or sono un paio di giorni, sulla quarta di copertina d'un libro esposto nel solito bazar di un aeroporto nazionale. 
Il tempo di riporre l'opera al suo posto e l'esperienza si arricchisce d'una nuova ricorrenza: "Un romanzo potente, venduto in tutto il mondo, già un fenomeno editoriale in Inghilterra, che racconta una guerra segreta e sconosciuta...". 
Si è frattanto dotato d'un quotidiano: il volo s'approssima e ha da rimediare come può alla contingente e improvvida mancanza d'energia del suo Kindle. Ed eccolo esposto al "Raffinata. Potente. Coraggiosa." che sta in cima a una pagina, mirata per intero alla promozione del volume col quale debutta la solita iniziativa di abbinamento libro-quotidiano.
In potente olezza l'andazzo, conclude. E allontana il suo naso, con moderato disgusto.

28 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (8): The Left Periphery

La linguistica ci doveva finire, prima o poi, in una periferia sinistra. 
La metafora può essere una mala pianta che, una volta insediatasi in un'area concettuale, vi cresce incontrollata fino a dare i frutti più perversi. Cresce, la metafora, anche dove ce la si dovrebbe attendere meno, secondo certi epistemologi parrucconi: nel discorso e nell'argomentazione scientifica (o nei sedicenti tali). 
Se Apollonio non ricorda male, un Quintiliano che se ne intendeva (e chissà se consapevole di star imbastendo anche lui una metafora localista) diceva del resto che non c'è parola che, al fondo, non sia metafora.
E con la metafora localista, le teorie sintattiche fiorite nella modernità, prima nella matura, oggi nella putrefatta, ci sono andate giù pesanti, sin dal principio. Mancanza di fantasia? Forse. Kantismo d'accatto? Perché no. Ma perché andare a ficcarsi nel vicolo cieco dello spazio quando, disponibile all'inquadramento e all'analisi dell'espressione umana, c'è, c'è stato sempre, sempre ci sarà lo scorrere o il gorgo del tempo?
Così, ciò che, semplicemente, precede ha finito per essere pensato "a sinistra", ciò che segue "a destra": si badi bene, nella cruda e ipotetica prospettiva, prefigurata come assoluta, di chi guarda. E chi, con tutta la supponente serietà dello scienziato, propone tale prospettiva (e la mima anche coi gesti, quando parla) come fosse, per intrinseca natura, quella propria della lingua non si rende nemmeno più conto di tributare in tal modo un omaggio a un feticcio: la coattiva proiezione della fondamentale oralità della lingua nello scritto: più precisamente in una tra le diverse modalità dello scritto, nelle contingenze culturali d'una civiltà specifica e delle sue specifiche espressioni linguistiche.
Da lì e dalla sottesa e inconsapevole ipoteca ideologica di teorie che (anche con più d'un filo di feroce e involontaria autoironia) si pretendono universaliste, è venuto fuori tutto e di tutto: i movimenti, le tracce, i siti di atterraggio, le salite, le discese, gli scranni vuoti e i pieni, il configurazionale e il non-configurazionale. 
Insomma, da una metafora e quasi solo da una metafora è sortita armata di tutto punto una linguistica che, se è arrivata adesso in periferia (e, tra le discipline che si occupano dell'uomo, in una periferia squallida e sinistra) è forse perché, a forza di passare appunto di ramo in ramo, è andata e sta continuando ad andare raminga e, per falsa o vera etimologia, anche e ineluttabilmente a ramengo.

22 novembre 2012

A frusto a frusto (33)



Si è già ceduto a una prospettiva totalitaria quando si diviene incapaci di sentire come sia sempre una gran fortuna essere sottovalutati dal nemico e, talvolta, anche un gran vantaggio.

21 novembre 2012

Sommessi commenti sul Moderno (6)

Proprio in faccia al Musée d'Orsay sta il Musée national de la Légion d'honneur et des ordres de chevalerie. 
Da un lato, il tempio di un'arte moderna che ha fatto dell'intelligenza una continua provocazione. E c'è anche riuscita, pensa Apollonio, che le è molto affezionato. Dall'altro la parata di simboli di un merito che, tra militarismo e dittature, eterno ancien régime e accademie d'ogni ordine, puzza della più ufficiale stupidità del potere. O profuma, per irriverente contrasto, degli spiriti acuti di Ariosto, Cervantes, Calvino.
Da un lato, innumerevoli aspiranti visitatori fanno una coda più volte contorta, punteggiata da ombrelli variopinti. Dall'altro, non un'anima. L'accesso all'ampio portone è immediato e i portieri quasi ringraziano il raro ospite d'essere apparso.
L'arte ha vinto. Anche nei numeri, ha finalmente vinto l'intelligenza. O no?

20 novembre 2012

Scavare? E perché?

In certe serate solitarie e davanti alla consolazione di una calda bevanda, il suo sparuto alter ego mondano dice ad Apollonio, per passatempo, dei fasti accademici d'oggidì. 
Il racconto si fa allora summa d'altri racconti raccolti dalla voce di colleghi di nazioni diverse. Apollonio ascolta incantato ma non riesce a perdersi, come forse anche lui dovrebbe per far felice il narratore, dietro la fantasmagorica meraviglia dei dettagli: tutti meritevoli della massima cura, della massima attenzione. Cura e attenzione che, appunto, ricevono. Ovunque. Per andazzo globale. E perché "o si fa così o si muore".
Per una delle sue solite associazioni prive di disciplina, quello spirito malnato si rappresenta invece con l'aiuto d'una riassuntiva scena allegorica quanto apprende. Pretende di coglierne così il sistema d'insieme. 
Gli si para allora davanti l'eletta schiera transnazionale impegnata, dove più, dove meno ma sempre in modo parossistico, a scavare la fossa in cui, completata che sia appena l'opera, proprio quell'andazzo globale curerà di piombarla con una piccola spinta, prima di seppellirla viva. E come, tra la folla, si danno da fare gli zelanti, spronando i più pigri a scavare anche loro! Qualcosa, gli zelanti, devono aver capito ma son convinti che la fossa non a loro toccherà, ma agli altri.
Apollonio evita però di mettere a parte di tale immagine incongrua il suo alter ego. Rispetta il suo sonno. Meglio che, bevuto il suo tè, vada a letto, dice lui, incosciente. E sogni, abbracciato al suo Wilhelm von Humboldt di peluche.

13 novembre 2012

Caratteri (11)






Si spregia tanto da non resistere all'impulso di correggere chi, certo sbagliando, capita pure l'apprezzi.

10 novembre 2012

"The best...

is yet to come".  Vuole inquietare?
"Dans ses écrits, un sage Italien / Dit que le mieux est l’ennemi du bien; / Non qu’on ne puisse augmenter en prudence, / En bonté d’âme, en talents, en science; / Cherchons le mieux sur ces chapitres-là ; / Partout ailleurs évitons la chimère". 
Non è de Maistre: ça va sans dire! È Voltaire (La Bégueule). Più liberal di così, da tre secoli in qua, non si può.

9 novembre 2012

Cronache dal demo di Colono (6): Dagli Stati Uniti, nessuna reazione

Dagli Stati Uniti, nessuna reazione. 
Così si può commentare, per rapido riassunto e da Colono, il rito celebrato tre giorni fa in quelle contrade e di cui, per qualche ora, si sono saturate le cronache di tutto il mondo.
E non si può non amare la lingua e (con Leopardi e Calvino) la sua esatta vaghezza, quando ci si rende conto, con un attimo di riflessione, che tale commento, in virtù di reazione, può stare sulla bocca degli uni, a testimoniarne il profondo sconforto ("anche lì, stato ormai comatoso"), o su quella degli altri, a manifestarne il lieto sollievo ("i nemici del progresso non hanno prevalso").
Chi di politica s'intende s'affannerà a dire se più fondato è lo sconforto o il sollievo. 
La lingua, vuol solo annotare Apollonio (la cui testa è come al solito a Citera), riesce sempre a tacere loquace. Forse perché, al pari del buon Dio di cui una volta disse Gustave Flaubert, non si cura né mai s'è curata di dire la sua opinione.

8 novembre 2012

Linguistica

Pare talvolta ad Apollonio che molto del millenario vaneggiare di una disciplina mai matura, quella in cui le sue fatue parole cadono come stille in un mare di insensatezze, alcune pur amate e persino irrinunciabili, rimonti alla presuntuosa credenza che l'uomo abbia la lingua, quando è invece evidente, a chi s'accosti al mistero con modestia e senza pregiudizio, che l'uomo è la lingua.

6 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (7): Tutti a Praga

I cinque lettori di Apollonio ricorderanno quel film di De Palma, la deliziosa prima parte del quale fa il verso, naturalmente mutatis mutandis, ad Alfred Hitchcock. Ha per titolo Mission: impossible. La storia che racconta comincia a Praga.
E comincia a Praga - che già a dirlo, come si sa, mette i brividi - la faccenda che turba il buon Nando. O almeno vi ricomincia alla grande nel più maturo momento della linguistica moderna. Lui non può saperlo. Non c'era (più). 
"Produit de l'activité humaine, la langue partage avec cette activité le caractère de finalité. Lorsqu'on analyse le langage comme expression ou comme communication, l'intention du sujet parlant est l'explication qui se présente le plus aisément et qui est la plus naturelle. Aussi doit-on, dans l'analyse linguistique, prendre égard au point de vue de la fonction. De ce point de vue, la langue est un système de moyens d'expression appropriés à un but".
1929. È l'esordio delle Thèses présentées au Premier Congrès des philologues slaves: un monumentale documento della millenaria attenzione che gli esseri umani hanno dedicato alla lingua. E uno scritto che inaugurava un modo nuovo, razionale, scientifico di accostarsi a tale tema. Colmo, e fino all'orlo, fino a traboccarne, della più vieta ideologia. 
Si sarebbe dovuto dire: invece? E perché? La scienza è, per definizione, un punto di vista. Quando smette di sentirsi tale, quando smette di dirlo, e di dirlo apertamente e con onestà a tutti, quando, nel mondo, si spaccia per oggettiva, diventa religione, che sarebbe già non troppo male, una volta fatta la tara del noto corollario sull'oppio. O diventa (e non necessariamente in alternativa) una delle tante furfanterie di cui la storia umana è piena, sotto tutti i cieli e in ogni epoca. E di cui, di conseguenza, si sarebbe sciocchi a lamentarsi. Ma ancora più sciocchi a crederci, però, come oggi si inclina a fare in ogni ambiente.
Il Circolo linguistico praghese contava più di un illustre membro. Ma come si fa a non pensare che il mandante di quelle parole, chiunque le abbia materialmente scritte, non sia stato Roman Jakobson? Lo studioso più geniale che il Novecento abbia regalato alla disciplina.
Possibile? Sì. Perché la genialità, come cosa umana, non sempre (anzi quasi mai) è disgiunta dall'attitudine all'imbroglio. E se poi lo scopo è piacere, se è sedurre, diventa difficile capire dove termina il genio e dove comincia l'imbroglio. Anzi diventa impossibile, perché c'è godimento, talvolta nemmeno troppo sottile, anche nell'essere imbrogliati e nel vedere condurre genialmente al suo buon esito un imbroglio.
E quello imbastito dall'esordio delle Tesi di Praga, non si può dire certo che in linguistica non sia stato un imbroglio fortunato. Fortunatissimo.

"Prodotto dell'attività umana...": ne è sicuro, signor Jakobson? Lei c'era? 
"...ne condivide il carattere di finalità": ma perché? Lo vede, lei, un fine in tale attività, in questa favola insensata raccontata da un idiota e piena di furia e di rumore? 
"...l'intenzione del soggetto parlante...": l'intenzione? L'interpretazione dell'intenzione. Anzi, la divinazione dell'intenzione. O lei legge nel pensiero? 
"...si presenta come la più facile e la più naturale": di conseguenza, a parte tutto il resto, quella di cui maggiormente si dovrebbe diffidare, a tenere presente la ponderata esperienza della scienza, oltre che del diritto, per esempio, e, soprattutto, del buon senso. 
"...considerare il punto di vista della funzione": cosa intende con funzione? Me lo spiega con chiarezza? La lingua è come un ombrello? Ce l'ho perché mi serve? Me la son fatta a mia immagine e somiglianza? E come succede allora che io non capisco, non capisco ancora, forse non capirò mai come funziona? Ho detto funziona? Che ha da spartire questo funziona con la sua funzione? Lo so: lei sa bene che non sono la stessa cosa. Non è come quegli sciocchi dei suoi finti epigoni. Ma perché allora non me lo dice? Perché mi tratta da scemo? 
"...sistema di mezzi di espressione appropriati a uno scopo": sì, sistema. Ma mezzi? E di nuovo, scopo? Scopo, mi dice appunto il sistema, è sempre lo scopo di qualcuno e se è di qualcosa, è del qualcuno che ha concepito quel qualcosa. Nando è cretino ma, come capita ai cretini (e più spesso di quanto non sembri), ha ragione. Che mi sta dicendo, allora, signor Jakobson? Non sta per caso approfittando lestamente del fatto che la lingua, coi nomi, permette di fare credere autonoma l'esistenza di cose, come uno scopo, che esistono solo in funzione d'una relazione con un soggetto? Lo so: lei e Husserl vi davate del tu, ma, appunto, mi dice chi è allora il soggetto del suo scopo? Senza, e se non mi spiega che diavolo gli passa per il capo, a quel soggetto, qui, della lingua, si rischia di non capire proprio nulla, facendo sembiante per giunta di capire tutto. Si rende conto del guaio in cui sta mettendo la sua disciplina?
Insomma, bella storia. E ben raccontata, la sua: signor Jakobson. Sa chi mi par di intravedere dietro la sua figura e dietro il modo con cui lei immagina la linguistica? Mi pare di intravedere quel famoso barone che diceva d'essersi salvato dalle sabbie mobili in cui gli era capitato di cadere prendendosi per i capelli e così sollevandosi. Conosce, no? 
D'altra parte, la capisco. Il successo è il successo. E detta come lei l'ha detta, la faccenda della lingua risulta consolante, per la mia e per tutte le altre comparabili nullità che vanno in giro. Lei lo sa, come le nullità si finirà per intenderla. Si finirà per intenderla in un modo che mette me, come ciascuno, al centro del mondo, o almeno del mondo della lingua. Che illude me, come ciascuno, di sapere cosa faccio quando lo faccio. Che dice a me, come a ciascuno: guarda dentro te stesso cosa vuoi, dove vuoi andare, capirai ciò che fai. E se non sai cosa vuoi, perché capita, fai finta di saperlo: la spiegazione di ciò che fai funziona comunque. Funziona sempre. Funziona anche con gli altri: basta che tu immagini quale sia il loro scopo (magari convincendoli che il loro scopo era quello che tu hai immaginato) e il gioco sarà fatto. Il giocattolo è meraviglioso. Vuole che non si sia tutti d'accordo nell'adoperarlo? A lei, del resto, che è un genio, dell'altrui nullità e del modo cretino con cui si adopererà quel giocattolo, signor Jakobson, cosa importa?

Jakobson era appunto un genio e, come dimostra la sua sterminata e illuminante attività di ricerca, sapeva imbastire magnifiche fole. E rivelatrici, appunto, di quel sistema: forse ben al di là dei suoi scopi da genio, ammesso che ci sia dato di immaginarli, gli scopi della sua espressione. Sarebbe forse il caso, tuttavia, che chi non è un genio si astenesse dal riproporre ancora e come proprie (o, peggio, come vere) simili fole, a proposito dell'espressione umana (e non solo dell'umana). Grazie, Nando.

Ah! Apollonio quasi se ne scordava e, del resto, ne è a ogni modo consapevole. A Praga, Mission: impossible:

5 novembre 2012

Dall'ultimo banco, il buon Nando (3)

Riappare il buon Nando. Ne hanno memoria i cinque lettori di Apollonio? Sì, proprio lui: lo scolaro, per dir così, meno brillante della classe. La natura non l'ha destinato alle scuole di eccellenza. A dire il vero, nemmeno la società. E ciò, francamente e considerato il suo delizioso candore, non potrà essere considerata la peggiore delle sue disgrazie.
Qualche giorno fa, il buon Nando chiama Apollonio. Non riesce ad andare oltre, gli dice, le prime pagine del libro, uno qualsiasi, a esser precisi, che gli han dato da leggere per preparare l'esame di linguistica. Da cui, scemo com'è, pensa subito Apollonio, certamente uscirà ancora una volta bocciato.
Quelle pagine, non le capisce, protesta Nando al telefono. E se non le capisce, come fa ad andare avanti? Gli compita un passaggio, lui pretende, cruciale: "...il linguaggio è la facoltà di associare il contenuto all'espressione allo scopo di manifestarlo". Ripete: "...allo scopo di manifestarlo... E che ne so io dell'intenzione di...?" E qui si ferma. 
Dall'auricolare, Apollonio quasi sente le poche e arrugginite rotelle del cervello di Nando che, muovendosi a fatica, stridono: un gemito che invoca pietà. "...di... ...di... E di chi? Guarda: - a quel punto la sua voce è un fiato flebile - di chi sia lo scopo non c'è scritto, nel libro. Come faccio allora a saperlo? M'ero immaginato di poterlo chiedere: 'Scusi, la sento parlare, perdoni l'impudenza, lo so che son fatti suoi, ma lei, il suo contenuto, quando lo associa all'espressione, lo fa con lo scopo di manifestarlo? È proprio sicuro? Non è che per caso, associandolo, lei voglia fare altro? Sa, se ne sentono tante in giro, di gente che, con gli scopi più turpi, capita associ i suoi contenuti alle espressioni contro natura, persino, si figuri, per celarli...'".
"Ma dai! Smettila, Nando" gli ha risposto Apollonio, infastidito "Sei proprio scemo. M'hai letto meno di una riga. Vedrai che, andando avanti, te lo si dice di chi è lo scopo e così, volendo, saprai a chi chiedere. E poi, quando mai s'è visto che bisogna andare in giro a verificare se risponde a verità ciò che scrivono i manuali universitari delle discipline morali... Fattene una ragione. Se c'è scritto che lo scopo è di manifestarlo, il contenuto, quando lo si associa all'espressione, sarà così. Chi scrive i libri, di linguistica poi, sa bene ciò che fa. Impara a ripetere quanto c'è scritto e basta: vedrai che stavolta ce la fai a passare l'esame".
"Ma qui, proprio sotto, oltre che di un 'figlio maschio del fratello del padre di X', che io proprio non conosco (anzi, me lo presenti, se lo conosci tu?) e che, dicono, sarebbe un contenuto (a me, a dire il vero, pare anche un'espressione), a parte un tale sconosciuto, ti dicevo, non si parla che di api. Che dici? Cosa mi consigli? Provo a prenderne una e, sotto minaccia di non lasciarla andar via, la interrogo? Magari me lo confesserà, qual è il suo scopo: 'Ebbene sì, al contrario delle mie compagne che lo fanno per scopi che la decenza mi impedisce anche solo di evocare, io sono un'ape perbene e danzo al ben costumato fine di manifestarlo, il mio contenuto'..."     
Apollonio, sconsolato, interrompe a quel punto la comunicazione: con Nando, e con la sua espressione da bestia, non riesce mai ad avere la meglio.

4 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (6): Scopi bestiali

Concedere ad altre specie viventi capacità comunicative teleonomicamente ordinate, dopo averne ipotizzata una, e fondamentale, per la specie umana, capacità meritevoli inoltre di essere indagate, passa già per gran segno di apertura mentale della scienza. Umana.
Ad Apollonio non pare segno di apertura. Gli pare al contrario segno di grettezza: tratto caratteristico della specie, a giudicare dagli esponenti (lui medesimo incluso, ovviamente) che gli è capitato fin qui di esperire.
Se non ci fosse grettezza, non di capacità (e attività) comunicative si parlerebbe per altri esseri viventi ma di capacità (e attività) espressive. Sarebbe un'ipotesi almeno meglio rispettosa: rispettosa anche, se non soprattutto degli esseri umani medesimi, qui s'intende. 
Se non ci fosse grettezza, disumanandosi nei limiti del possibile, di tali capacità e delle connesse attività si cercherebbero le pertinenze. 
Forse c'è solo il caos. Forse nemmeno il caos c'è. L'ipotesi, relativa a tali possibilità e che non le esclude, mettendole come si può solo alla prova, è che però il vivente (solo il vivente?), esprimendosi, visto che pare lo faccia, lo faccia secondo sistema: per relazioni; per differenze. 
Scopo di tale sistema? Altrettanto misterioso e insondabile della sua eventuale causa. Che tanfo d'umano sale d'altra parte da simili categorie, che non smettono di spesseggiare nelle cosiddette scienze umane e oggi sempre più (per via del connubio di un neuro- e di un bio-) lo fanno ridicolmente anche altrove. Causa? Scopo? Per favore, si aprano le finestre!  
Solo uno spirito gretto può allora pensare, a conferma del pre-giudizio di esseri ritenuti in ogni caso inferiori, che tali pertinenze siano dettate dagli scopi comunicativi, comunque tali scopi siano concepiti. Solo uno spirito gretto può del resto condursi a vedere nella lingua e in ogni altra forma il vivente si esprima un affare di scopi. 
Scopi che sono peraltro solo quelli che una limitata fantasia concede di immaginare a chi li concepisce e, con la pretesa di averne così capito l'ipotetica espressione, li attribuisce ad altri: bestie incluse e perciò equiparate agli sciocchi esseri umani, senza certo averlo mai meritato né autorizzato.

3 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (5): Supplemento al panino

Agli o alle amanti del genere e a quelli e quelle che, come Edipo prima di farsi edotto di se medesimo, danno credito a ciò che l'occhio esteriore concede loro di vedere, magari interesserà osservare che non solo Due birre da solo è grigio ma anche, e il più delle volte, è salutare, santo e benedetto. Rosso o blu, signora maestra? Faccio bene o faccio male, esimio accademico? 
Sì: Due birre da solo è salutare, santo e benedetto. Lo è forse meno di due passi in montagna, due bracciate fino alla boa o trenta pagine di Musil ma incomparabilmente più di due occhi maliziosi o di cento, mille, un milione di mani plaudenti
Infatti, Due occhi maliziosi è pernicioso, soprattutto se sono occhi incoscienti di essere falsi, e Un milione di mani plaudenti è vano, senza che per questo si faccia sembiante di non capire che può essere molto, molto comodo e che quindi, finché l'onda tiene a galla, è oltremodo fortunato.  
Insomma, come ad Apollonio, nella sua giovinezza, diceva un dolente e macerato più anziano amico, nella lingua, nelle lingue, categorie d'ogni sorta (e quindi nomi, verbi, e numeri, generi, persone) hanno sì fenotipi, ma come effetti di relazioni con "criptotipi". 
I primi (per es. maschile e femminile o singolare e plurale) ingannevolmente evidenti (ed evidentemente ingannevoli), aggiunge oggi Apollonio in virtù della sua piccola esperienza. I secondi (né maschile né femminile: neutro? Né singolare né plurale) da scoprire, con la rigorosa fantasia imposta da un sistema di differenze e di combinazioni: come, nel caso specifico, dice il circuito della concordanza, quale dato (si osservi) negativo. 
E non si tratta dell'approssimazione di continua ma di discrete marcatezze, in cui si è o non si è; meglio e più sovente, si appare o non si appare. Ne sortisce un maschile, un singolare solo paradossalmente fenomenici. Che si manifestano come tali solo proprio in quanto né il maschile né il singolare sono positivamente pertinenti, perché è la predicazione che soggiace a quei nomi a valere come determinatrice di accordo e non, coi loro tratti di numero e di genere, i nomi medesimi, superficiali vestigia della predicazione.
Ecco presentato, per rapidi tratti e sotto le futili forme di Due birre da solo è grigio e di Due occhi maliziosi è pernicioso, lo sciocco e ancora più futile tentativo di capirsi. Di un Apollonio, evidentemente, mezzo ubriaco. Ubriaco del tutto, dirà chi lo legge.

31 ottobre 2012

A futura memoria: c-entrare

"Ma ascolti, avvocato, cosa c'entra quanto sta dicendo col fatto in discussione?" "Può c-entrare".
S'è camuffato un dettaglio ma il resto è autentico. E lo si segnala qui a futura memoria, con una data d'attestazione, perché colto in un contesto della massima pubblicità (se non ufficialità).
Il Cielo ci guardi (lo si è detto più volte) dal menarne scandalo (ne siano avvertiti i cinque lettori). Che c'entra, anzi  'che ci azzecca' lo scandalo con l'espressione umana e con il suo incessante mutamento? Magari l'innovazione naufragherà. Non è da poco, infatti, il numero di equilibri (certo, micro-equilibri) funzionali su cui essa passa sopra come un mezzo pesante. Magari no. In ogni caso, oggi è così. 
Nell'epifenomenica giovinezza d'Apollonio capitava di sentire dire che la rivoluzione non è certo un pranzo di gala. Ed era forse sbagliato come giudizio, quanto alle rivoluzioni politiche: quelle che un acuto austriaco (o tedesco? La memoria di Apollonio fa difetto), e non il solito Gattopardo, disse che si fanno sempre coi mezzi di chi le subisce.
Con il cambiamento linguistico però è proprio così. È tutto fuorché un pranzo di gala, anche se i suoi Sedara capita ci arrivino vestiti con quel malconcepito frac girgentano che, salendo per le scale del palazzo di Donnafugata, fece più impressione a Don Fabrizio, quale segno dei tempi mutati, dello sbarco dei Mille a Marsala.

28 ottobre 2012

Cronache dal demo di Colono (5): Settimana prossima

"Ci vediamo settimana prossima" lancia Fabio Volo non sa bene Apollonio a quale ospite di un suo programma serale.  E, in altra trasmissione televisiva mattutina di cui non si saprebbero qui dare le coordinate, il passaggio viene riproposto all'illustrissimo accademico opportunamente convocato, per la riprovazione di rito. 
Riprovazione che arriva puntuale: "La settimana prossima avrebbe dovuto dire". E ci mancherebbe! Ma è l'andazzo (ed è quindi l'italiano tendenziale), sostenuto da più d'una ragione contestuale, come la pressione di prestigiosi modelli alloglotti. Non c'è italofono/a sotto i cinquanta che, dandosi il caso e per non parere precocemente invecchiato/a, non si esprimerebbe, ahinoi!, come il famoso attore-scrittore. 
Ad Apollonio, che di anni ne ha quasi duemila, settimana prossima dà del resto moderatamente sui nervi, lo ammette. E non ne ha fatto tema di una puntata della rubrica delle sue "Intolleranze" solo per non rendersi ancora più antipatico (ammesso sia possibile) a quel decimo dei suoi lettori che, titolari dell'italiano elvetico, gli mostrano quasi quotidianamente di non avere, in proposito, altra forma di esprimersi. Ma non è questo il punto del presente frustolo.
Non c'è prescrizione d'uso, infatti, che il grammatico normativo ammetta sia o questione di gusto o faccetta di interni ed arbitrari equilibri funzionali del sistema linguistico. Sempre gli si presenta allo spirito, come una Erinni vindice dell'usurpazione che egli compie millantandosi giudice, l'esigenza di giustificare, davanti al mondo, la fondatezza di ciò che pretende di imporre e l'infondatezza di ciò che (impotente) stigmatizza. E quale fondatezza, quale diritto sono maggiori di quelli del perseguimento d'una (presunta) logica, nel dire?
Inseguito da una deliziosa, rossocrinita Erinni, all'accademico vien fatto di argomentare: "...ci vediamo domenica prossima sì, perché domenica è determinato e quindi non necessita dell'articolo determinativo. Non è determinato, invece, settimana prossima e quindi settimana impone l'articolo determinativo". 
Come può (e forse come sa), egli sfiora così (e gliene si sarà in ogni caso grati, vista la sede) il mistero della differenza, nei nomi, tra ciò che è proprio e ciò che è comune. 

24 ottobre 2012

Linguistica da strapazzo (4): Un panino è triste...

e Una padella - come, del resto, una bomba - è intelligente. Una volta o l'altra, in questo blog si verrà sul tratto semantico 'umano' di cui, in linguistica, si fa un uso che Apollonio direbbe, sulla scia d'un tedesco non privo di spirito, troppo umano. Ma qui non di umanità di tratta. Piuttosto di cose e processi, un'articolazione, all'interno della categoria nominale, cui aveva prestato la sua attenzione (per citare uno che forse non ci si aspetterebbe di trovare nominato qui) anche Hugo Schuchardt. Un'articolazione oppositiva che travalica largamente il modo con cui si trova a essere trattata in manuali e opere di riferimento (oltre che in molti saggi specialistici).
Quante volte, durante dimesse pause-pranzo, capita di pensare (o di dire o di sentir dire) Un panino è triste? In questione, ovviamente, non è la tristezza di ciò che si sta mestamente addentando ma dell'evento, del processo di addentarlo. Quindi, del rito del processo di addentarlo: accompagnandolo con la solita bibita, da soli o, sovente peggio, coi colleghi, sopra un banchetto con la prospettiva di un muro. 
"Dai, beviamo un veloce caffè, che c'è da correre in aula": e naturalmente il caffè non si muoverà dalla tazza fin quando qualcuno non se lo verserà sulle papille gustative. Eppure, eccolo qualificato come veloce.
A sentir parlare di significati, a sentir parlare di referenti delle parole, come lo fanno le persone ordinate e perbene, ad Apollonio, lo confessa, vien da pensare alla tristezza del panino, alla velocità del caffè e alla beata intelligenza delle padelle. E, discolo come è, gli scappa da ridere. 

15 ottobre 2012

Cronache dal demo di Colono (4): Me lo merito?

"Se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato" - sembra dicesse il padre di Umberto Eco, secondo il racconto del figlio - "tanto per cominciare io chiamo i carabinieri". Ammirevole. E, nel presente e poco edificante contesto di vita pubblica nazionale, opportuno e da sottoscrivere l'amorevole ricordo del figlio.
Anche solo per sorridere (se ne spregerà mai l'occasione?) e perché non c'è parola che non inviti alla verifica della sua validità con qualche futile, estremo esperimento di pensiero, ci si fermi però solo un momento a riflettere, al di là dell'effimero della vicenda e delle sue indignate emozioni.
Distribuendo come gli pare (e quindi anche in Piemonte) vita, intelligenza, bellezza, ameni e favorevoli luoghi di nascita, comode condizioni di sopravvivenza, fausti incontri, felici paternità (come peraltro è proprio del caso) e altri piccoli doni, il buon Dio (o, per chi vuole, il Fato), non ha mai per fortuna preso la residenza ed è di conseguenza fuori della giurisdizione della Benemerita.

Cronache dal demo di Colono (3): Incontrarsi



"Ah, signora mia cara, neanche la solitudine è più quella di una volta. Vedrà, dopo i cultori del genere aforistico, presto anche anacoreti e misantropi convocheranno una loro convention". 

12 ottobre 2012

A frusto a frusto (30)





Nessuno è perfetto. Ma grazie al Cielo c'è, di tanto in tanto, qualcuno particolarmente imperfetto. 

11 ottobre 2012

Caratteri (10)




È un rinomato esperto: sul suo soggetto, ha imparato a enunciare con gravità e senza vergogna le banalità che a tutti passano per il capo ma che il pudore impedisce a ogni altro di esprimere.

10 ottobre 2012

Linguistica da strapazzo (3): Dimmi un significato

"Dimmi un significato": al suo giovane e accanito interlocutore, con cui chiacchiera (si pensi un po'!) di semantica, Apollonio getta lì l'esortazione. E vede balenare nei suoi occhi il riflesso maligno di uno di quei rompicapo che, forse, piombarono nello sconforto Ferdinand de Saussure. O lo entusiasmarono, dapprima, per poi metterlo nello sconforto di chi s'accorge d'essere lui solo (o al massimo in compagnia di pochi,  sparutissimi altri) a percepire il problema.
Agli umani, dire (come pensare) un significato è impossibile senza che si istituisca ipso facto una relazione con un significante, con tutte le conseguenze che ciò comporta. 
Una fra tutte (e forse la principale): e se fosse proprio la relazione con quel significante a creare quel significato? E se i significati, come i significanti, non esistessero, né sulla loro bocca né nella loro testa (ammesso ne abbiano una), fuori di quella relazione?
Una gabbia da cui è impossibile uscire. Un limite in cui si è ineluttabilmente gettati e di cui, se si vuol riflettere sulla lingua, se si vuol riflettere sull'uomo, sarebbe bene s'avesse sempre elementare consapevolezza. Un modo di esperire, ad ogni istante, cos'è la condizione umana: ecco cos'è la lingua che la linguistica (certo, una linguistica da strapazzo) crea come suo oggetto.
Per far sembiante di sortire dalla gabbia, e per attribuire ai significati l'esistenza che essi, per se medesimi, non hanno, i discorsi dei dotti, di quelli che, di significato, se ne intendono a fondo (come sono i filosofi, in ispecie quelli che si definiscono del linguaggio), partono allora per la tangente: annotava proprio così, per se stesso, Ferdinand de Saussure.
Più modestamente e fuori delle pompe, la linguistica perbene e che evita di inquietarsi e di risultare inquietante ricorre talvolta a parafrasi ("Il significato di cane è: animale a quattro zampe..."), talaltra a trucchetti grafici ("Il significato di cane è 'cane'"), talaltra ancora a scoperti artifizi metalinguistici ("Il significato di uccidere? Ma è ovvio: CAUSE TO DIE"). 
In certi ambienti, questo modo è oggi generale andazzo e dà luogo alle continue speculazioni cui sempre si prestano i luoghi comuni. Più una cosa è banale, infatti, più banalmente si trova da dirne: e ci potrà mai essere qualcosa di più banale, un luogo comune più luogo comune di un presunto universale semantico? A dirlo nelle lingue appropriate, però, e col contorno di parentesi e freccette, che causare la morte abbia qualcosa da spartire con uccidere, si pensi un po', si passa addirittura per linguisti.
Comunque venduto e sotto la copertura di qualsiasi formalismo, non c'è trucco però che, in fondo, non sia e non si riveli manifestazione di una relazione linguistica che (come diceva Ferdinand de Saussure), se ha un significato, ha un significante. E chi millanta di parlare puramente o fondamentalmente di significati sta sempre anche a parlare largamente di significanti, in modo inconsapevole o imbroglione, quindi, ragionevolmente pericoloso.
Interrogarsi sulla lingua, interrogarsi sull'uomo forse ha un senso (c'è infatti in ogni momento da dubitarne). Ma se lo ha, tale senso è insomma lungi dall'essere appunto un significato.

9 ottobre 2012

Linguistica da strapazzo (2): Arrivooooo!

"Arrivooooo!" grida dalle scale Apollonio al fastidioso affine che, sul portone, continua a scampanellare. E non ha ancora finito di articolare quella lunga "o" che (vizio d'una natura perversa, lo ammette) gli si parano come per incanto davanti le dozzine di pagine di opere diverse del corrente ingegno linguistico globale in cui gli è capitato di leggere della cosiddetta telicità, rappresentata spesso ed esemplarmente da quel verbo di cui sta articolando la prima persona singolare del presente indicativo, per significare che l'evento sarà pure telico ("per natura", succede anche di sentire affermare in modo inquietante) ma lui sta lì linguisticamente acquattato tra gli anfratti espressivi di una sua figurata (e quindi possibile se non proprio necessaria) duratività oppositiva: "...più cose tra il cielo e la terra..."
E giungerà mai al suo punto finale, sarà cioè telica questa parodia, involontaria, o volontaria e solo inconsapevole, o - il Cielo ne guardi dal crederlo - volontaria e consapevole manifestazione di un'epoca crudamente priva della rigorosa fantasia necessaria a (saper) vedere ed ascoltare, senza indeterminatezze, la vita?

5 ottobre 2012

A frusto a frusto (29)



In ogni inizio barbaglia effimera l'eternità. Rasserena perciò e, procedendo, consola la certezza che ciò che comincia finisce. 

2 ottobre 2012

Caratteri (9)

A portarti nei tempi e nei luoghi nei quali hai fin qui speso la tua vita fu, sul principio, passione per questioni futili e forse perciò più disposte di altre a ricevere risposte dalla fantasia. Fu poi brama di impararne ancora e sempre, discorrendone, a farti far sembiante d'avere qualcosa da insegnare a qualcuno, in proposito. 
E te ne rammenti ogni mattina, cominciando così la tua giornata come se fosse con una preghiera che, suoni oggi fastidiosa a chi vuole, merita d'essere detta ad alta voce.     

1 ottobre 2012

Cronache dal demo di Colono (2): (S)valutazione

Tutto un valutare, oggidì. Come le app, hanno le loro stelline trattorie e università, bimbi canterini e chirurghi plastici, battiuova e filologi romanzi. Hanno ovviamente le loro stelline coloro che aspirano a farsi a loro volta assegnatori di stelline. E, come il serpente con Eva, gli ideologi del metodo (che, come si sa, prende a pretesto il merito) blandiscono chiunque perché si unisca all'andazzo, cercano complici in ogni dove, sognano che nessuno si chiami fuori, che non ci sia angolo dell'esperienza umana, anche il più intimo e personale, in cui la prospettiva valutativa e il connesso criterio della "soddisfazione" non prevalgano: "quante stelle daresti al tuo parroco? e (senza che, a prescindere dal genere, si possa escludere si tratti della medesima persona) quante ne daresti alla tua ultima compagnia di letto?".
Come prassi sociale, la valutazione si è già avviata insomma verso la rovinosa svalutazione tipica delle ideologie conformiste e dominanti. Ed è solo per pura generosità che Apollonio, dopo attenta valutazione, delle cinque disponibili, le assegna qui la stellina singola che, per via della mera esistenza, non si negherà mai a nulla e a nessuno.

28 settembre 2012

Prima l'uovo o la gallina?

Ad Apollonio, Kublai Kan, il suo stordito e sognatore compagno di serate, ha fatto un tiro mancino. Dal fondo della sua memoria ha tirato fuori una canzonetta che suo padre usava cantargli quando era bambino, coi modi, giammai deposti e ormai non più deponibili, del suo sardonico e difficile affetto. 
La canzonetta è del Quarantotto (l'ultimo, ovviamente). Nove anni dopo, Apollonio sarebbe per la prima volta entrato in un'aula: e prima di quel momento, ora capisce, aveva già maturato nella sua testa tutto ciò che sarebbe stato decisivo, nel male e nel bene, per il resto della sua vita (la lingua anzitutto, naturalmente). A farglielo maturare, dunque, anche quella canzonetta e la sua triplice polarità oppositiva.
Sul medesimo terreno, per superficiale contrasto ma al fondo solidali, pedanti e pedestri: a rappresentare gli uni, portatori di una presuntuosa dottrina e di un'odiosa attitudine al giudizio, sta il professore; a rappresentare gli altri, tetragoni custodi dell'assenza di curiosità, Martinelli e la signorina Maccabei.
Sotto (o sopra?), opposta agli uni e agli altri e, soprattutto, in un rapporto che si oppone alla loro opposizione, sta la gallina con una domanda: "Prima l'uovo o la gallina?", che ai pedestri può solo parere contestualmente farsesca e impertinente e per la quale ai pedanti e alla loro supponenza manca invece vertiginosamente una vera risposta. Donde, sovente, il pretestuoso argomento che essa (e l'opinione raggiunge appunto quella dei pedestri) sarebbe impertinente.
Da allora, oggi se ne rende conto, Apollonio non ha mai smesso di dialogare con quella gallina saltata su "dal cortile che confina con l'università". Non ha mai smesso di farsene interpellare con domande che a lui, come evidentemente alla gallina, paiono pertinenti e cui continua ad arrischiare pertinenti risposte. E ne è grato alla memoria e all'ironico trasporto di suo padre, perché è contento dell'insegnamento ricevuto, e ritiene di aver fatto bene a trarne il massimo profitto e di avere così speso fin qui non troppo indegnamente il suo tempo. 
Non fosse altro perché, tra i personaggi della sciocca canzonetta della sua vita, trascorsa per gran parte in un'aula, la gallina, l'autentica gallina dell'allegoria, che salta sempre sul davanzale di una finestra e lo guarda amorosamente beffarda ora con un occhio ora con l'altro, è certo la più simpatica e la più umana. 

25 settembre 2012

Sommessi commenti sul Moderno (5)

Grave, troppo grave la soma di responsabilità finita, per presunzione di sé, sulle spalle degli esseri umani, perché l'ipocrita delega alle macchine, complice un cieco progresso tecnico, non dilagasse, devastando infine ogni perizia, soprattutto la valutativa: "che spesso par del buono il rio migliore". 
Sintomo della maturazione del processo e sineddoche d'ogni meccanizzazione e d'ogni macchina a venire fu, come si sa, la ghigliottina, che (qui lo si è già detto) tagliava le teste di chi la subiva solo perché aveva già prima reciso (e radicalmente) le teste di chi l'aveva concepita e messa in opera.
Agli umani vigili (non si vuol dire intelligenti), già sul suo sorgere, la vicenda s'era d'altra parte presentata chiara, nelle sue premesse e nei suoi immaginabili sviluppi, com'era apparso chiaro che il dominio sperimentale che meglio si presta al suo apprezzamento, tanto etico quanto teoretico, è quello dell'esercizio della violenza (che poi si sia trattato e si tratti di violenza mascherata o solo differita poco importa).
Ecco, appunto, Ludovico Ariosto, sul principio del Cinquecento, a proposito di macchine che avrebbero poi indirizzato l'umanità verso Hiroshima e oltre: "Come trovasti, o scelerata e brutta / invenzion, mai loco in uman core? / Per te la militar gloria è distrutta, / per te il mestier de l'arme è senza onore; / per te è il valore e la virtù ridutta, / che spesso par del buono il rio migliore: / non più la gagliardia, non più l'ardire / per te può in campo al paragon venire. / Per te son giti ed anderan sotterra / tanti signori e cavallieri tanti, / prima che sia finita questa guerra, / che 'l mondo, ma più Italia ha messo in pianti; / che s'io v'ho detto, il detto mio non erra, / che ben fu il più crudele e il più di quanti / mai furo al mondo ingegni empi e maligni, / ch'imaginò sì abominosi ordigni."
"Il mestier de l'arme": dall'ironia amara, sorniona e perciò sublime di Ariosto alla sconsolata, livida e perciò sublime amarezza di Ermanno Olmi:


24 settembre 2012

"...agli uomini preferisco le macchine"

A dirlo ad Apollonio, e con una sfumatura di sufficienza, è un più giovane collega del suo sparuto e ormai attempato alter ego mondano. Occasione: la celebrazione d'uno dei riti valutativi che marcano periodicamente la vita universitaria.  
"Umana," - era venuto fatto ad Apollonio di sussurrare, meditando fra sé e sé, in un momento di pausa del rito - "l'università, in fondo, è cosa umana". 
E quello, còlto, lui solo, il sussurro: "Ma non dovrebbe esserlo e a me piacerebbe che non lo fosse perché agli uomini preferisco le macchine".
Come se le macchine non fossero (e sempre) esseri umani camuffati. Come se molti esseri umani non fossero (spesso) macchine camuffate: quindi, esseri umani doppiamente e più che doppiamente camuffati.
Apollonio sospende a quel punto ogni sussurro. "Pover'uomo," - pensa - "anzi, povera macchina".

21 settembre 2012

Linguistica da strapazzo (1): Boccasana



Basta una pubblicità a ricordare una cosa banale: storicamente, nomi propri vengono da nomi comuni e da loro combinatorie sintattiche, sovente ancora in quel modo trasparente che solo l'uso denominativo ("Ciao Boccasana") opacizza. Sul come di tale opacizzazione, in questo blog, capiterà magari di tornare: non è privo di interesse.
Ma meglio di come lo farebbe un filosofo del linguaggio (oltre che, ovviamente, un professore di linguistica), basta una pubblicità a chiarire una cosa non altrettanto banale: in modo ultra-storico, tutto ciò è possibile grazie all'antonomasia, il motore linguistico del processo che poi capita di osservare in accadimenti che, come omaggio a Giovanni Verga, ad Apollonio piace chiamare "'nciurie" (cosa siano, lo spiega la graziosa linguaccia che chiude l'annuncio) e sulle quali, forse, succederà un giorno qui ci si fermi più di quanto si fece con un frustolo di qualche anno fa.

20 settembre 2012

Vale e Costa

"Ciao, sono Valentina Vezzali ma quando non sono in giro per il mondo sono Vale, la mamma di Pietro": in scena, una testimonial scende dall'Olimpo che l'abilita alla funzione. In esso, il suo nome risuona nella forma paradigmatica: è il nome di un luogo comune individualizzato, noto "in giro per il mondo". Certifica la qualità eroica di chi lo porta e ne sancisce, volendo, la predisposizione eponimica. 
A valle, sotto un albero, con una barretta di cioccolato qualsiasi sotto i denti e come "madre di Pietro", Valentina Vezzali è Vale: il luogo comune individualizzato diventa un individuo-luogo comune, prima che per ogni altra caratteristica, come è appunto la banalissima maternità, per la forma del nome cui risponde: un ipocoristico che, come Apollonio rilevava qualche tempo fa, risponde ai canoni dell'andazzo. 
E l'andazzo vuole che di una piccola Costanza si faccia oggi una Costa. Come Vale (ma si è proprio sicuri che valga?), l'esempio è autentico. È stato raccolto dalla voce di due giovani e adoranti genitori che nelle sale di un aeroporto non smettevano (forse inconsapevoli, forse no) di evocare così un'amara, possibile verità, oggi celata sovente dall'ebbrezza (quanto duratura?) del volere e dell'avere voluto procreare. 
Forse vale; certo costa. Lo si sa bene: costa.

[Un paio di settimane dopo, ecco una valorosa attestazione scritta di Cami

16 settembre 2012

Verbo, nome, aggettivo

Verbo, nome, aggettivo: categorie lessicali che da qualche millennio, eventualmente sotto designazioni diverse, più che accompagnare, determinano ogni riflessione sulla lingua, anche la più sofisticata, anche la più ipoteticamente innovativa. 
Si fa tanto parlare, oggi, di nuove frontiere che alla ricerca aprirebbe, per esempio, certa neurolinguistica. Sarà. 
Non c'è però bisogno di grattar troppo la crosta di studi e pubblicazioni che fan lussuosa mostra d'uno stile da scienze cosiddette dure per vedere occhieggiare, maligne, le nozioni grammaticali di sempre e, con esse, le menzionate categorie lessicali, approssimative e ingannevoli. 
La caccia, insomma, sarà pure organizzata con la massima serietà ma ciò di cui si va a caccia (ed è così la premessa concettuale che orienta i cacciatori) sono le solite bestie favolose. E quando si è convinti che tali bestie esistono, se ne può star certi: non c'è metodo sperimentale che impedisca di trovarle e, trovatele, di costruirci sopra poi i più convincenti racconti fantascientifici.
Verbo, nome, aggettivo: si capisce così (sempre che si voglia capirlo) che la sbandierata novità non esce dalla gabbia di un modello, più che linguistico, ontologico. Un modello al tempo stesso tascabile e gigantesco, rigido e insinuantemente pervasivo. Pronto a tutti gli usi: ad accompagnare le chiacchiere apparentemente ingenue di chi parla di lingua al bar o sul treno come a sostanziare le alte speculazioni dei filosofi e le accurate ricostruzioni dei filologi.
A ribadirlo qui, a ribadire ciò che invero tutti sanno, anche coloro che, dietro le bancarelle del mercato delle idee, schiamazzano lodi all'inaudita novità della propria merce, a dire che si tratta di cinema (e non di quello vero, cui vale la pena di appassionarsi), si fa immancabilmente la figura del bambino o dello sciocco: meglio, del bambino sciocco. Apollonio lo sa. Ma l'ha confessato più volte: come un bambino, come uno sciocco, è un ottimista. Gli pare così (per sua incoercibile volgarità di spirito) che sempre, e soprattutto nei giorni dei celebrati fasti, sia necessario ricordarlo.