10 ottobre 2012

Linguistica da strapazzo (3): Dimmi un significato

"Dimmi un significato": al suo giovane e accanito interlocutore, con cui chiacchiera (si pensi un po'!) di semantica, Apollonio getta lì l'esortazione. E vede balenare nei suoi occhi il riflesso maligno di uno di quei rompicapo che, forse, piombarono nello sconforto Ferdinand de Saussure. O lo entusiasmarono, dapprima, per poi metterlo nello sconforto di chi s'accorge d'essere lui solo (o al massimo in compagnia di pochi,  sparutissimi altri) a percepire il problema.
Agli umani, dire (come pensare) un significato è impossibile senza che si istituisca ipso facto una relazione con un significante, con tutte le conseguenze che ciò comporta. 
Una fra tutte (e forse la principale): e se fosse proprio la relazione con quel significante a creare quel significato? E se i significati, come i significanti, non esistessero, né sulla loro bocca né nella loro testa (ammesso ne abbiano una), fuori di quella relazione?
Una gabbia da cui è impossibile uscire. Un limite in cui si è ineluttabilmente gettati e di cui, se si vuol riflettere sulla lingua, se si vuol riflettere sull'uomo, sarebbe bene s'avesse sempre elementare consapevolezza. Un modo di esperire, ad ogni istante, cos'è la condizione umana: ecco cos'è la lingua che la linguistica (certo, una linguistica da strapazzo) crea come suo oggetto.
Per far sembiante di sortire dalla gabbia, e per attribuire ai significati l'esistenza che essi, per se medesimi, non hanno, i discorsi dei dotti, di quelli che, di significato, se ne intendono a fondo (come sono i filosofi, in ispecie quelli che si definiscono del linguaggio), partono allora per la tangente: annotava proprio così, per se stesso, Ferdinand de Saussure.
Più modestamente e fuori delle pompe, la linguistica perbene e che evita di inquietarsi e di risultare inquietante ricorre talvolta a parafrasi ("Il significato di cane è: animale a quattro zampe..."), talaltra a trucchetti grafici ("Il significato di cane è 'cane'"), talaltra ancora a scoperti artifizi metalinguistici ("Il significato di uccidere? Ma è ovvio: CAUSE TO DIE"). 
In certi ambienti, questo modo è oggi generale andazzo e dà luogo alle continue speculazioni cui sempre si prestano i luoghi comuni. Più una cosa è banale, infatti, più banalmente si trova da dirne: e ci potrà mai essere qualcosa di più banale, un luogo comune più luogo comune di un presunto universale semantico? A dirlo nelle lingue appropriate, però, e col contorno di parentesi e freccette, che causare la morte abbia qualcosa da spartire con uccidere, si pensi un po', si passa addirittura per linguisti.
Comunque venduto e sotto la copertura di qualsiasi formalismo, non c'è trucco però che, in fondo, non sia e non si riveli manifestazione di una relazione linguistica che (come diceva Ferdinand de Saussure), se ha un significato, ha un significante. E chi millanta di parlare puramente o fondamentalmente di significati sta sempre anche a parlare largamente di significanti, in modo inconsapevole o imbroglione, quindi, ragionevolmente pericoloso.
Interrogarsi sulla lingua, interrogarsi sull'uomo forse ha un senso (c'è infatti in ogni momento da dubitarne). Ma se lo ha, tale senso è insomma lungi dall'essere appunto un significato.

3 commenti:

Sesto sereno ha detto...

Dimmi un significato?...è una parola!
Blak

Vito Lucio Maria ha detto...

“ I wrote this book and learned to read. I had learned a little about writing from Soldiers' Pay — how to approach language, words: not with seriousness so much, as an essayist does, but with a kind of alert respect, as you approach dynamite; … “ (W. Faulkner, a mò d’introduzione a The Sound and the Fury).
Baluginii di consapevolezza come questo, magari frivolo ma tutt’altro che unico nella tradizione letteraria, potrebbero fondare la speranza che una mente umana esista e che il rompicapo infine si riveli alla portata della ragione.

Anonimo ha detto...

C'era un tale che disse:

“La realtà può anche essere umana, ma la verità solo linguistica”

Chissà chi era?