12 agosto 2014

Trucioli di critica linguistica (13): "...come un tradimento"

Tra gli internati del campo di Fossoli, "il mattino del 21 [febbraio 1944] si seppe che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione". In Se questo è un uomo, è implacabilmente cadenzato da passati remoti il racconto delle ultime ore che precedettero quella partenza. Lo è del resto anche il successivo racconto del viaggio che destinò al Lager Primo Levi, in compagnia di altri seicentocinquanta "pezzi".
Nel resoconto di quel 21 febbraio e delle prime ore del giorno successivo, i piloni che reggono l'impianto del testo sono i passati remoti. Tra essi si distendono brevi arcate narrative di forme imperfettive e arcate morali, altrettanto brevi, di un presente atemporale. Eccone un'esemplificazione di massima: "l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati [...] Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza [...] Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente [...] Si evita perciò al condannato ogni cura estranea [...] Ma a noi questo non fu concesso [...] Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare [...] Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito [...] E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani [...] ebbe animo di venire a vedere [...] Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli [...] Nella baracca 6 abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose [...] Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell'anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra [...] L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci". 
"Come un tradimento": alle tre parole si è accordata un'enfasi (che, naturalmente, è assente nel romanzo) perché esse si presentano superficialmente identiche in un lacerto manzoniano e la circostanza non è sfuggita a chi, pensando di penetrare così nel quid dell'espressione letteraria, va a caccia delle perline di supposti rapporti intertestuali e s'incanta, abbagliato, quando gli capita di trovarsene davanti una che luccica.
Dove ricorre "come un tradimento" nei Promessi sposi? L'innominato si prepara a ricevere nel suo castello Lucia, che ha fatto rapire dai suoi bravi. È già preda d'una qualche imprecisata agitazione, come prodromo narrativo di una vicenda che avrà dopo poco il suo provvidenziale scioglimento, come si sa. Infatti, "Da un'alta finestra del suo castellaccio guatava egli da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco la carrozza apparire, e venire innanzi lentamente [...] - Vi sarà ella? - pensò tosto: e continuava a dire tra sé: - che noia mi dà costei! Liberiamcene.
E si disponeva a domandare uno scherano, e a spedirlo subito incontro alla carrozza, ad ordinare al Nibbio che desse di volta, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò di subito nella sua mente, fece svanire quel disegno. Vessato però dal bisogno di ordinar qualcosa, riuscendogli intollerabile l'aspettare oziosamente quella carrozza che veniva innanzi a passo a passo, come un tradimento, che so io?, come un castigo, fece chiamare una sua vecchia".
Manzoni in Levi, è stato detto allora da chi, specialista, s'è fatto un merito della scoperta. Sarà certamente così e Apollonio non s'azzarda a metterlo in dubbio. Come sanno i suoi fedeli lettori, più che ai valori assoluti delle forme (e delle forme delle parole, in particolare), egli presta però fede ai valori funzionali: ogni espressione - ritiene - li riceve, precisi, nel sistema in cui ricorre e che contribuisce a creare. E - Apollonio non può trattenersi dal dirlo - la coincidenza di Levi con Manzoni, a proposito di quel "come un tradimento", gli pare puramente formale: un superficiale accidente. Per l'espressione in questione, infatti, non si potrebbero immaginare due contesti più diversi, quanto a dipendenze sistematiche, che sono poi quelle che determinano il senso di ciò che si scrive (e si dice).
Anzitutto e dal punto di vista tematico, in Manzoni è il vessatore che, per figura, prospetta qualcosa, nel suo animo, come un tradimento: il lento avanzare della carrozza. Come un tradimento o, si premura di precisare il narratore, "come un castigo". Il tradimento è del resto nel contesto di un misfatto che egli ha compiuto e che si prepara a perfezionare. Tutto ciò, inoltre, in rapporto a un esperiente - l'innominato, appunto - di numero (e non soltanto di numero) singolare: un singolare intimo, risentito, personale. 
Nel testo di Levi, sono invece gli innocenti a sentirsi traditi dall'alba e il tradimento non è per figura. L'alba è infatti quel trascorrere dalla notte al giorno che è comunemente associato a un auspicio fausto e a una speranza. In ciò essa tradisce. E a tale sentire non spetta un esperiente singolare. Si sentono e sono traditi dall'alba del giorno della deportazione, tutti insieme, gli ebrei del campo, senza eccezione alcuna: agnelli che in gregge non vanno al castigo ma, senza spiegazione, verso il mattatoio.
Poi, ben più in profondo di qualsiasi fatto tematico, a fare differenze di sistema, tra i due testi, sono le cadenze e i ritmi delle loro composizioni. 
Il "tradimento" cui, nella prosa manzoniana, pensa l'innominato avanza lento e in una prospettiva imperfettiva. Passo dopo passo, come la carrozza che porta e nasconde Lucia. L'innominato lo osserva da lontano. E in modo vago e imprecisato esso si insinua - come un sentimento - nell'animo del personaggio, il cui travaglio si prepara. 
Tra gli internati di Fossoli destinati al viaggio e impreparati al loro destino, il sentimento del "tradimento" esplode invece in modo puntuale, come è puntuale il sorgere del sole nell'alba. E il "tradimento" dell'alba è chiaro come la luce. Determinatissimo. Marcato, come si è detto, dall'ineluttabilità del passato remoto: tra le forme verbali, la massimamente definita, dal punto di vista aspettuale.
Parole eguali per forma, in sistemi correlativi diversi, sono parole diverse. Diversamente, le narrazioni e la loro bella libertà (pronta a divenire imbroglio, come si sa) andrebbero a remengo. E così non è. Né nel caso di Manzoni né in quello di Levi, cui sarà forse capitato di avere nell'orecchio le tre parole di Manzoni (appunto, sarà!) ma senza che ciò voglia dire altro.

6 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

Questo agitarsi diffuso intorno a supposte scoperte di identità tematiche, raffigurative, 'figure' preesistenti alla relazione specifica e pertanto ovunque 'incastrabili', che così ritornerebbero e non è ammesso dubitarne di fronte a ricorrenze formali di superficie, coincidenze come quella dal frustolo illustrata, in fondo è un inconsapevole tentativo di salvare l'ontologia, di affermare d'esser 'qualcosa' per non rassegnarsi al nulla, come direbbe Apollonio.

Pasquale D'Ascola ha detto...

Ma che bella osservazione Apollonio. Partire dal passato remoto, "la massimamente definita tra le forme verbali", già, per concludere
"Parole eguali per forma, in sistemi correlativi diversi, sono parole diverse. Diversamente, le narrazioni e la loro bella libertà (pronta a divenire imbroglio, come si sa) andrebbero a remengo."
Altro da aggiungere non ho. Avrei. Ma non porterebbe niente, meno che meno acqua, al mulino di questa esemplare disanima. Molte grazie.
P.

Apollonio Discolo ha detto...

Apollonio ha da essere grato ai suoi affezionati Lettori per sostegno e lodi che lo confondono. Tra le presumibili differenze d'opinione, peraltro preziose, gli pare di condividere con loro un'ipotesi: si tratti di nulla, di tutto o di qualcosa, in mancanza d'ogni certezza, sono arte, metodo ed esperienza a rendere possibile lo spasso.

Pasquale D'Ascola ha detto...

Sì. Per me è così.

Anonimo ha detto...

Altro che truciolo! Questo è un bel paletto di critica letteraria, uno di quelli che aiutano il profano a vedere distintamente la bellezza che egli riesce soltanto a intuire nei testi presi ad esempio. Un bel paio di occhiali per lettori distratti e miopi. Grazie.

Apollonio Discolo ha detto...

Critica linguistica, indulgente Lettore o Lettrice senza nome, il cui primo atto consiste nel risveglio dell'attenzione per la lingua, risorsa che chiunque possiede. Da affinare nell'esercizio, per fare crescere il piacere che procura, accompagnandola con una qualche dottrina, per valore mai sostitutiva, però, grande che essa sia, del nocciolo intuitivo - si direbbe erotico - che orienta lo sguardo, il punto di vista. Grazie a Lei, anche dell'occasione di questa precisazione.