2 giugno 2008

Il professor Aristogitone

Ognuno fa il suo mestiere. Apollonio lo sa. Lui un mestiere non ce l'ha e se ne sta acquattato in uno dei pochi angolini del mondo in cui non non gli si chiede ancora (ma fin quando?) di far mostra di una specifica professionalità. Di conseguenza, si guarda bene dall'impancarsi a giudice del benfatto e, soprattutto, del malfatto di chi un mestiere ce l'ha, come coloro che scrivono sui giornali. E che duro e difficile mestiere!
Come ad osservatore distante ma, tutto sommato, forse perciò amichevole e comprensivo, ci sono tuttavia circostanze giornalistiche che gli muovono domande, più che ispirargli critiche o disdegni. E una domanda, che gli piace condividere coi suoi due lettori, ha il fondamento seguente.
Apollonio legge di norma i quotidiani solo quando è in viaggio ma viaggia relativamente spesso. Ebbene, non gli capita più di aprire un quotidiano senza imbattersi in qualche scritto (non solo per esempio di Pietro Citati ma persino, e inopinatamente, di Massimo Gramellini) che non deprechi la barbarie culturale del tempo presente e che non faccia lodi degli anni ormai andati (ritenuti spesso non troppo lontani: di norma quelli della gioventù dell'estensore dello scritto). A quel tempo, vi si argomenta, gli studenti studiavano, la scuola formava cittadini colti e coscienziosi, le librerie erano piene di libri che valeva la pena leggere, le terze pagine dei giornali ospitavano firme di solido e autentico valore, l'italiano non veniva quotidianamente macellato in TV ma, anche lì, coltivato come prezioso fiore in splendida serra, la pervasività della Rete non aveva ancora trasformato tutto lo scibile in un'informe melassa, la gente sapeva distinguere tra l'insulto e l'ironia, i lettori leggevano i giornali in punta di forchetta e i tifosi discutevano al Bar dello Sport, argomentando di fioretto sul modulo.
Non si tratta di falsa impressione di Apollonio. Non è una sua scorretta prospettiva a fargli credere di incontrare sovente scritti giornalistici di vena nostalgico-deprecatoria. Lo dimostra inoppugnabilmente (e non per paradosso) l'impegno pubblicistico e propagandistico di Alessandro Baricco. Fiutata l'aria, Baricco s'è messo opportunamente a cavalcare l'opinione opposta e a cantare a sua volta le lodi non tanto del presente (scemo non è) quanto del futuro. In esso, a parere dell'ispirato aedo, ciò che i Citati (e, inopinatamente, i Gramellini) disdegnano come melassa, lingua macellata, perdita del senso dell'ironia, insulti, rutti, spazzatura e violenza (ivi comprese le sue opere), si costituirà come nuovo canone culturale, per vitale energia d'inarrestabile progresso. E magari il tempo, che è un gran figlio di buona donna, gli darà ragione.
Ma la questione che agita lo spirito sonnolento di Apollonio non sta qui e poco gli cale se i tempi sono culturalmente calamitosi o provvidenziali. Altre volte deve averlo confidato ai suoi due lettori: considera infatti autenticamente calamitosi (e mai vorrebbe trovarseli come compagni a tavola) tanto coloro che li vedono calamitosi quanto coloro che li vedono provvidenziali.
La questione consiste nel fatto che, a petto di questa valanga di disdegni e deprecazioni giornalistiche (e delle correlative “magnifiche sorti e progressive” di Baricco) , molto meno e quasi nulla nella sua esperienza di vita egli ne registra ormai presso coloro (e qualcuno privatamente ne conosce) che, al tempo della sua gioventù (e ci risiamo!), erano i titolari ufficiali del biasimo culturale dei tempi: i professori delle superiori.
Tanto ne erano titolari, da avere ispirato, or sono quasi quaranta anni, una figura antonomastica ad uno dei comici della banda di “Alto Gradimento” (che per la seconda volta viene così menzionata in questo blog): “ne prendo uno, gli metto uno, gli do uno schiaffo e lo schiaffo fuori”. Ineluttabilità dei riferimenti socio-culturali: il professor Aristogitone.
Ecco allora la domanda: che sia oggi il giornalista ciò che un tempo fu il professore delle superiori? Che sia quella del giornalista la figura antonomastica di chi oggi è culturalmente reazionario? Che sia il giornalista l'ideale Aristogitone del tempo presente? E che sia il lettore il suo Armodio?
Se così fosse (e Apollonio lo sospetta), che bizzarra metamorfosi tanto della scuola quanto dei giornali. Che indispensabile correzione di tiro per chi cura o frequenta l'una. E che figura da imbecille per chi, aristarcheggiando, fa le pulci agli altri e li critica come se nulla fosse frattanto successo.
Per un eventuale pensoso commento, ci si rivolga tuttavia a Citati, Gramellini e Baricco.

PS. Un ideale compendio letterario per i licei del futuro, comparabile col già intollerabile Sapegno del tempo che fu, e i suoi irrinunciabili aggettivi deonomastici (che si affiancheranno a dantesco, ariostesco, manzoniano, leopardiano): il mondo citatiano (o citatesco?), la visione gramelliniana (o gramellinesca?), e, soprattutto, visto che di futuro si tratta, la prosa baricchesca (o baricchiana?). Implausibili? No. Questione, come tutto, di farci il callo.

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