14 aprile 2011

Lingua loro (18): Criticità

"Si tratta di capire quali sono le situazioni di criticità...", "...i punti di criticità potrebbero essere...", "...dopo avere determinato le possibili criticità...", "...partendo dai dati e dalle criticità...", "...le eventuali criticità vanno affrontate..." e così via.
Apollonio viene da un breve soggiorno in terra italiana, dove si è trovato letteralmente sommerso da una novità: criticità. Non c'è stata persona di livello che abbia incontrato, ascoltato in radio o visto in tv (intellettuale, politico o altro sfaccendato) che, ovviamente nei contesti adeguati, non abbia fatto largo uso, anzi sfoggio di criticità. Le espressioni "situazioni critiche", "punti critici", "fase critica", a lui ben note e banali, devono essere divenute obsolete - ha concluso rapidamente -, nell'eloquio della gente di mondo.
Ha interrogato in proposito un paio di professori d'università. Anche loro lo avevano appena esposto a innumerevoli ricorrenze di criticità (in poco meno di dieci minuti, una decina). Linguisti, peraltro, e specialisti di italiano.
"Perché non dite più situazioni critiche e dite invece criticità?", ha chiesto loro. La domanda li ha colti di sorpresa. Gli hanno risposto che, fino al quesito "persiano" di Apollonio, "non ci avevano fatto caso", aggiungendo che "deve trattarsi dell'effetto d'una moda". Criticità si sarebbe quindi introdotta inavvertita nelle loro chiacchiere e la moda sarebbe una di quelle di cui ci si fa inconsapevoli portatori: così, con le loro risposte, gli hanno almeno voluto far credere.
Sarà. C'è sempre chi pensa, evidentemente, che "...non sanno quel che fanno" valga come attenuante. Ad Apollonio è sempre parsa un'aggravante, soprattutto in funzione di presunte competenze.
Raggiunto un luogo dove ha potuto farlo, Apollonio ha rapidamente aperto il Battaglia e ci ha naturalmente trovato criticità, attestato, tra virgolette, in un brano del buon don Benedetto (Croce). Nella circostanza, il brano suona gustoso e lo si trascrive qui, senza fare ulteriori controlli, come compare nell'opera lessicografica, per il godimento dei due affezionati lettori: "Non intendo punto, come ho detto, negare al Lombardi né appassionamento né attitudine filosofica, né cultura né studio, ma soltanto, poiché egli è giovane, esortarlo al pensiero esatto e allo scrivere nitido e, insomma, ad accrescere in sé l'interna «criticità» della filosofia, che anch'essa ha continuo bisogno di autogoverno".
Naturalmente, menare scandalo della nascita, nel lessico italiano, di una nuova criticità sarebbe più che sciocco, e patetico ogni lamento in proposito. Ma qui non è questione di una nascita, quasi sempre evento fausto, quanto di un'epidemia, circostanza per se stessa sempre inquietante, anche, se non soprattutto nel dominio dello spirito, per la sua indubbia relazione con la stupidità.
Da tale prospettiva, infatti, nella deriva dalla singolare attestazione crociana alle moderne, più che plurali, corrive, come non sentire coerente col tempo il mutamento di valore di criticità e come non eleggerlo a piccolo emblema di una fase critica in cui l'espressione dei dotti (o dei presunti tali), perso lo stile necessario al discernimento e azzerata ogni attitudine critica, manca proprio di autogoverno?

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Potrebbero essere sotto l'influenza collettiva ed inconscia dei numerosi articoli sull'incidente nucleare di Fukushima, dove alcuni temono che il combustibile nucleare raggiunga il punto critico cioe' la situazione dove il numero di atomi coinvolti nella reazione a catena comincia ad aumentare in maniera esponenziale. Apparentemente "criticality" e' stato tradotto in "criticita'" invece di essere transliterato in "criticalita'"...

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie, gentile Anonimo, del Suo commento. L'idea che gli odierni patiti italiani di criticità siano tra le vittime dello shock provocato in tutto il mondo dai recenti tragici fatti giapponesi è tuttavia forse troppo generosa. Anche perché è arrivata frattanto notizia ad Apollonio che, in un Lapsus del 24 gennaio 2006, Stefano Bartezzaghi aveva già segnalato acutamente i prodromi dello tsunami. In chiusura del suo breve pezzo dedicato a criticità, egli si augurava "che, a differenza di «problema» e di «inconveniente», non invadesse il linguaggio ordinario: «questa pastasciutta ha delle criticità nel coefficiente salino» (ovvero, non sa di niente), «il nostro rapporto manifesta delle criticità» (= quella è la porta)". Le cose pare però stiano andando proprio come Bartezzaghi si augurava non andassero e i suoi spiritosi exempla ficta rischiano di esser tenuti tra breve come testimonianze di quotidiane banalità.
Da Takuya Nakamura viene d'altra parte la segnalazione ad Apollonio che anche nell'universo anglofono, già nel corso dello scorso decennio, suscitava perplessità un criticity cui ragionevolmente si deve fare risalire, come scimmiottatura, il neoitaliano comune criticità.

Quetzalcoatl ha detto...

Mi sembra che gli italofoni siano particolarmente bravi nel prediligere scimmiottature a discapito di parole o espressioni già presenti nella lingua, così come spesso non riflettono su quel che dicono. O meglio, su come lo dicono.
So che non è pertinente al Suo discorso su "criticità", ma mi interesserebbe una Sua opinione riguardo al dilagante uso dell'espressione "piuttosto che" come sostituto delle semplici congiunzioni "e/o". Si può davvero fare? Grazie.

Apollonio Discolo ha detto...

Tutto ciò che si fa, gentile Quetzalcoatl, si può (per ciò stesso) fare. E perdoni Apollonio se, rispondendoLe, gioca con l'ambiguità di potere in italiano. A Lei preme sapere ovviamente se si è autorizzati a farlo, sul fondamento di qualche principio normativo. Ma anche lì, se (come Apollonio presume) a Lei è già capitato di frequentare il presente blog, saprà che non vi si discute di principi normativi (anche perché non si ha l'autorità per farlo) e si presentano, al massimo, modeste preferenze di gusto. Come lascia immaginare la Sua domanda, a Lei l'uso allargato di piuttosto che non piace. Non piace nemmeno ad Apollonio ma, vede, amare l'espressione umana (come amare una persona) non è pretendere che sia conforme ai nostri desideri, alle nostre fisime, ai nostri gusti (peraltro mutevoli) ed è invece piegarsi con attenzione a comprendere (che non vuol dire necessariamente giustificare) anche le sue corbellerie (o, almeno, quelle che a noi paiono tali), eventualmente sorridendone. Magari accadrà infatti che un giorno diventeranno norma e parametro di buon gusto. Inorridirono sicuramente certi nostri lontani antenati quando videro crescere nella loro lingua l'onda travolgente dell'illu destinato a diventare l'articolo determinativo romanzo. Ci pensi: oggi, chi si sognerebbe mai, non si dice di fare a meno dell'articolo determinativo, ma anche solo di pensarne male? E ammesso che l'innovazione sia sempre effetto di una qualche stupidità (Apollonio inclina a crederlo e una volta o l'altra ne scriverà), non meno stupida è la reazione di chi si indigna e pretende di reprimerla, codice alla mano. Un sorriso, dolente per le cose che continuamente muoiono, e uno sforzo di comprensione di quelle che nascono, beneaugurante, sono le attitudini che piacciono ad Apollonio e che si sentirebbe di raccomandare come foriere di una crescita diffusa (nei limiti del possibile) della (auto)consapevolezza linguistica.