15 giugno 2012

Trucioli di critica linguistica (7): .ɩtalo

Nelle scritture d'oggi pare deperiscano alcuni segni di interpunzione e righe di turgido compianto per la presunta morte del punto e virgola apparvero tempo fa addirittura sulla prima pagina del più venduto quotidiano italiano. La penna era cardinalizia e qualcuno ne serberà ancora memoria. Non è questo però il caso del punto fermo né del punto esclamativo. Ambedue vivono una stagione di fasti. A questo frustolo farà da pretesto il primo; il secondo, augurabilmente, a un frustolo che verrà.
La fortunata stagione del punto fermo si deve naturalmente anche al dilagare sociale dei modi comunicativi della rete in cui queste parole stesse ricorrono. Qui, quasi tutto prende una cadenza per il ritmato ricorrere del punto che ora congiunge ora separa, dando tanto a ciò che congiunge quanto a ciò che separa il perentorio carattere asseverativo che esso, da sempre, porta con sé. Un punto dichiara non solo concluso ciò che lo precede ma anche nuovo ciò che lo segue e non c'è chi non veda quanto siano impegnative dichiarazioni del genere.
A ciò devono aver pensato coloro che hanno concepito la strategia comunicativa di una nuova compagnia italiana di trasporto ferroviario. Il suo treno si chiama talo (proprio così, con una ɩ minuscola priva del punto, con un punto a precedere invece il nome e la stilizzata figura di una lepre in corsa a seguirlo, come mostra l'immagine).
Coi disservizi, per definizione "italiani", con la flotta scalcinata e approssimativa, col personale mal rasato e peggio vestito del gestore nazionale, pubblico ed ex-monopolistico, dice con lampante chiarezza quel punto (e che tutto ciò sia vero o no, poco importa: importa che paia credibile), si è finalmente chiusa la partita. La si è chiusa di certo anche con italiano, marchio stucchevolmente prolisso e ormai dal destino periclitante. 
Dal punto in avanti, si apre la nuova f(r)ase di talo, nocciolo onomastico d'Italia e sola sua parte salvabile, grazie a un'amputazione, non solo metaforica, come si vedrà. A tale f(r)ase chi la apre non assegna appunto limite se non quello d'una rapida fuga (verso il futuro? verso l'utopia? verso il sogno?) di una gente, come la lepre, non certo bellicosa, per attitudine e tradizione, anzi paurosa e oggi forse molto impaurita. Come scelta, la fuga con talo è adesso appunto disponibile a chi popola la penisola ma da Napoli in su. 
Dalla rete ferroviaria nazionale e quindi anche da talo, estreme propaggini continentali e terre d'oltremare come le due grandi isole sono ovviamente e giustamente escluse: c'è bisogno di dirlo? Del resto, che l'Italia fosse stata fatta or sono più di centocinquanta anni è fola subito e tanto incuneatasi in menti settentrionali e bambine da aver potuto far nascere, per reazione e nelle medesime ingenue contrade, la bizzarra idea (per fortuna declinante) che si potesse o che solo valesse la pena disfarla.
Tornando a talo, però, e al modo con cui si è presentato sul mercato, per la sua sottigliezza e per la parsimonia dei mezzi espressivi con cui vi sono efficacemente evocati molti valori (forse non tutti commendevoli, come si è visto), la trovata comunicativa è meritevole di lode, a parere di Apollonio, ed egli ha solo da augurare agli Itali a venire (e quindi, spera, a un'ancora rimanente porzione di un se stesso viaggiante) che al profumato fumo corrisponda, nei fatti, un arrosto almeno accettabile.

2 commenti:

Sesto Sereno ha detto...

Certo, la strategia comunicativa illustrata nel frustolo appare ben più efficace di quella espressa con la frase - evocata in un frustolo precedente - "Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto". Tuttavia né l'una, né l'altra, hanno prodotto, malauguratamente per chi attraversa lo Stretto, un bel ".siculo".
Blak

Anonimo ha detto...

Forse quel punto, che pare rovesciato all'indietro da uno scappellotto (che sia assestato dalla merkel o dal vento, poco importa: in entrambi i casi si tratterebbe di un'avventura, senza che si possa stabilire quale delle due sia più improbabile), ha il più ferale compito di segnalare che resteremo tutti dove siamo: (i)tali e quali. In sicula seculorum.