4 giugno 2012

A frusto a frusto (22)




Il volgare del (e val la pena di dire l'italiano?) è lingua viva perché è lingua della vita, cioè del lusso e dell'obbligo dell'umana nobiltà.

4 commenti:

Mauro Lena ha detto...

Noto un po' stupito che da tempo mancano i commenti. E i lettori? Io ho fino ad ora commentato solo una volta, ma leggo da tempo e sempre con piacere.

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie della testimonianza, premuroso Lettore. Apollonio si sente di rassicurarLa: non è rimasto il solo. Fa sempre parte d'una sceltissima pattuglia, è vero. Se segue il blog da tempo, ricorderà: sul principio, le speranze di Apollonio si attestavano sul limite del due. Poi, visto il successo, si spinsero addirittura su quello del cinque. E i cinque ancora ci sono: forse non son sempre i medesimi ma ci sono. Tacciono. Col silenzio, amano forse la chiarezza. Qual è maggiore di quella del non-detto, del non-scritto? Ma la parola che, talvolta volgare come quella di Apollonio, rompe il silenzio e turba la chiarezza capita pure sia segno di umana compassione (se non di affetto). Perciò, di nuovo, grazie della Sua.

Vito Lucio Maria ha detto...

Raccolgo ogni frustolo, ogni truciolo, li esamino, cerco di sottometterli ad un assetto "mio" e così lo ri-ordino, li ri-penso (non si vorrà mica che abbiano residuo ontologico al di fuori del loro valore correlativo?) e li ri-porto agli scritti dell'alter ego con gratitudine intensa per le direttive di pensiero, di quelle che dirigono solo perchè sono accettate liberamente e sempre nella loro provvisorietà fondante. Quanto all'affetto ed all'ammirazione per la nobiltà, fra maschi meridionali è di rigore restringerli all'implicito.

Sesto Sereno ha detto...

Per essere viva è viva, la lingua. Però, per come suona in certi luoghi, più che il volgare del sì sembra essere diventata la lingua del sì volgare.
Blak