16 settembre 2016

Cronache dal demo di Colono (43): Un Campiello sopra le righe

La letteratura, lo si sa, non è una cosa seria. Meglio: non lo sarebbe e non lo era. Lo è divenuta, in una temperie, la presente, e forse già in un'epoca, quella in corso (la deriva non è cominciata l'altro ieri), che non tollera esistano cose poco o non serie. 
Ne sanno qualcosa, per esempio, il gioco, la ricerca, l'amore, il diporto: tutti àmbiti dell'esperienza umana del mondo e nel mondo diventati oggi serissimi, a tratti tetri, come è appunto capitato alla letteratura. 
Una prova? Per contrasto, la più peregrina: la trasmissione televisiva (curata da Rai Cultura, dicono i titoli di testa) della serata finale del Premio Campiello 2016. In rete, dove Apollonio l'ha trovata, pare resti disponibile ancora per un paio di giorni. Se curiosi e non al corrente, i suoi due lettori si affrettino alla verifica.
La produzione del programma, preoccupata della serietà della serata letteraria, l'ha affidata per contrappasso a due conduttori universalmente ritenuti di spirito: una ciarliera signora sarda che fa la sarda e un giovanotto marchigiano, allampanato e, a dire il vero, ormai piuttosto avanti con gli anni. 
Ebbene, per evidente mandato, nelle due ore di trasmissione, non c'è stato un solo momento in cui i poverini non abbiano tentato di metterla sul ridere. Penosamente, non ci sono riusciti. L'ineluttabile aleggiare della tetra serietà di cui ormai vive il tema letterario, come si è detto, ha avuto la meglio, anche se di esso si è avuta cura di tacere radicalmente. 
Facili ironie, giochi di parole, battute, birignao, false baruffe, inciampi, gaffe, uscite demenziali, interviste di sublime trans-idiozia, i due ne hanno tentato di tutti i generi, sempre atteggiandosi inoltre a un trattenuto sussiego. Si pensi: con un esercizio di supremo virtuosismo, per i cento venti minuti hanno anche tenuto sulle loro facce un sorriso che si pretendeva meta-ebete. O forse, in armonia coi tempi, post-ebete. Con l'ossimoro di un ammiccamento esplicito, parevano proferire così a ogni passo, cercando di intercettare la simpatia d'ogni segmento del pubblico nazionale, una tradizionale divisa italiana: il "Ma guarda un po' che s'ha da fa' pe' campa'". 
L'attitudine è del resto precisamente la cifra stilistica dell'attempato ex-giovanotto marchigiano, quella cui deve la sua fortuna. Tra i due, è infatti parso lui il capo-comico e, sullo sfondo, anche lo scalcagnato impresario cui la committenza (gli industriali veneti, un tempo floridi e ora evidentemente male in arnese) ha affidato per ragioni di economia l'intera baracca.
Insomma, con chiara intenzione (giustificata dalla manifesta incapacità di fare altro e di evitare in ogni caso il peggio), non una parola è stata proferita in due ore che non fosse sopra le righe. Ed è difficile non sospettare che, in realtà, lo si sia fatto perché di quelle nude righe letterarie che, in linea di principio, avrebbero dovuto essere le serie protagoniste della serata si è avuta vergogna e che starci sopra era infine un modo buono e a buon mercato per coprirle. 


1 commento:

Apollonio Discolo ha detto...

Tentando di pubblicare il commento che segue, Apollonio l'ha inavvertitamente cancellato. Lo ha poi fortunosamente recuperato ed eccolo:

"Trans-idiozia, meta-èbete e post-èbete sono dizioni da Enciclopedia. Ho aggiunto l'accento per scientifRizzare il dire.
Voi sapete Apollonio che Erik Satie affermava "il pubblico adora, divinizza la noia". E, of course, potremmo soggiungere la tetra idiozia.
L'espressione dei miei sentimenti i più distinti.
Pasquale D'Ascola"

All'amichevole Lettore, con scuse per l'atto maldestro e ringraziamenti per la benevolenza e il dono della citazione, sentimenti di stima ricambiati.