15 giugno 2018

Linguistica candida (48): Intelligenza della lingua

Il pensiero incosciente che si chiama lingua (forse solo per distinguerlo da quella sua falda superficiale e sottile che pretende d'essere cosciente e che da millenni è fatta oggetto d'ogni sorta di speculazione) è intelligente, per natura. 
A chi, per cultura, gli si consacra con passione, tocca provare a darne un'ipotetica riformulazione esplicita, la più semplice si possa e nelle forme della lingua medesima, cioè di quel medesimo pensiero, coltivando la speranza (che è forse solo un'illusione) di facilitarsene (e di facilitarne) qualche consapevolezza, senza istupidirlo troppo e irrimediabilmente. 
Insomma, la linguistica (e il vecchio Apollonio teme di averlo già scritto in questo diario, forse con altre parole: lo scuseranno i suoi due tolleranti lettori), la linguistica, si diceva, è solo lingua che si fa ipoteticamente, parzialmente, precariamente intelligente di se stessa.
È appena il caso di dire che invece la disciplina oggi detta linguistica, non rassegnandosi a subordinarsi all'intelligenza della lingua, ma pretendendo scioccamente d'esser lei più intelligente della lingua, ha intrapreso vie che, muovendosi in varie direzioni, sono tutte comunemente opposte al solo indirizzo di ricerca realistico e al correlato obbligo di paziente, modesta semplicità.
 

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