24 settembre 2013

Insegnare

C'è chi insegna prendendosi sul serio: da caporale, e con la speranza (modesta e, a dire il vero, remota) di diventare un giorno sergente.
C'è chi lo fa invece sorridendo di sé: per cominciare, non se ne crede capace; nutre poi il dubbio che serva veramente a poco: tutto ciò che un essere umano vale la pena sappia per essere tale, in effetti, c'è qualcuno che possa mai insegnarglielo?
Chi vive la seconda condizione ha allora ogni giorno da temperare con modi d'imbonimento un destino di strega-apprendista o d'apprendista-stregone. C'è anzitutto da salvarsi la vita, come si dice; una mera necessità materiale suggerisce di conseguenza l'adozione di quei modi da commediante.
Il destino capita, invece, come ogni destino. Con mitezza, lo si può solo assecondare. E attendere con diffidenza rassegnata e paziente che, imprevedibile, monstrum vel prodigium, qualcosa sorga dall'amatissima broda dell'umano pentolone nel quale l'insegnante finisce sempre a capofitto: buffa imperizia di chi, nato o nata apprendista, cioè discente, per restare ciò che è, ha accettato il rischio di passare persino da docente.

[A un amico, che s'avvia a una perigliosa carriera]

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