19 aprile 2016

Come cambiano le lingue (16): Seduta

Per designare un elemento della mobìlia sul quale ci si siede, capita sempre più spesso ad Apollonio di sentire o di vedere adoperato seduta
Fuori dei valori qui non pertinenti, di seduta il Battaglia registra un'attestazione del 1992 con il significato di "posto a sedere" e una del 1993 con il significato di "sedile di una sedia". Ambedue le attestazioni sono tratte da riviste specializzate, la prima di nautica, la seconda di arredamento. Ancora nessuna traccia di seduta con significati del genere, per es., nello Zingarelli del 2002.
Dovrebbe quindi trattarsi di un'estensione piuttosto recente alla lingua comune di un uso nato nella lingua speciale di mobilieri e architetti. Le lingue speciali, si sa, tendono a darsi un tono. Appena può, a chi è del mestiere piace mostrarsi in possesso di una terminologia tecnica. L'affettazione di specialismo è tuttavia contagiosa, soprattutto in àmbiti in cui a fare mostra di intendersene si fa bella figura. Se si è sentito seduta sulla bocca di un professionista, che lo proferiva con l'aria di sapere ciò che diceva, volete che, alla prima occasione, non si abbia l'incoercibile e giustificata tentazione di ridirlo?  
A soffrire della concorrenza di seduta è soprattutto sedia (meno, altri nomi dell'area semantica). Ne saranno certo consapevoli da un pezzo i due lettori di Apollonio. Stordito com'è, lui arriva al solito in ritardo. Quando si parla di sedie, sedia, ha finalmente capito, è designazione che puzza di obsoleto. Proferire Passami una sedia, Prenda posto su quella sedia, Per la cena di stasera, servono otto sedie non usa più; fa vecchio (o vecchia) parlante; non è di tendenza. E come si cambiano i mobili, quando il loro stile comincia a spiacere, così si cambiano i loro nomi.

2 commenti:

Apollonio Discolo ha detto...

Iersera, senza volerlo, Apollonio ha cancellato un commento garbato, anche se eccentrico di Stefano Borgarelli a questo frustolo, nel tentativo di procurarne la pubblicazione da un mezzo di fortuna. Molto gliene duole e prega il suo lettore di scusarlo. È comunque riuscito a recuperarne il contenuto. Eccolo:

"Sia benevolo, Apollonio, accogliendo qui una richiesta di chiarimento, non strettamente pertinente al tema. Insegno italiano e trovo scritto nell'antologia "riguardo il contesto" ecc. La locuzione preposizionale "riguardo a" pare ormai in netto declino. Provo insofferenza verso l'articolo che soppianta la preposizione: da dove viene? cosa lo rende (ha reso) egemone? Ringraziando comunque per l'attenzione, un deferente saluto".

Nella locuzione, la preposizione non è soppiantata dall'articolo: l'articolo è nell'orbita del nome e, dandosi il caso, ricorre ovviamente anche in presenza della preposizione: la forma che Borgarelli menziona entra infatti in concorrenza con riguardo al contesto e non riguardo a contesto. L'uso privo di preposizione non è di questi ultimi anni. Pare però comparso non molto tempo fa, nel corso della seconda metà del secolo scorso. Sempre il Battaglia ne cita un'attestazione da uno scritto degli anni Sessanta di Alberto Moravia, d'intento tuttavia non specificamente letterario e piuttosto cronachistico. Ecco: da un simile indizio, lo si potrebbe immaginare diffuso da una prosa di stile giornalistico, che troverebbe, nel sacrificio della preposizione, un tratto di sveltezza compositiva. A sostegno della tendenza che Borgarelli nota come oggi prevalente, anche la circostanza sistematica di una naturale correlazione morfo-sintattica del nome che fa da base alla locuzione con il verbo riguardare: per ciò che è qui pertinente, questo ricorre infatti in usi transitivi ("Gli altri commenti riguardavano la donna fisica, ed erano pepati", scrive, per es., Pea).
Apollonio non biasima, in proposito, l'insofferenza del suo amabile lettore. Anche lui ha le sue (come questo diario ha talvolta testimoniato). Non con tutti gli aspetti del continuo muoversi della vita sociale (ivi inclusa la lingua) capita ci si trovi consenzienti. Visto però che con tali insofferenze si deve in ogni caso convivere, raccomanda di accompagnarle sempre con un sorriso, continuando naturalmente a comportarsi (non solo linguisticamente) come la propria coscienza e la propria sensibilità comandano.

Stefano Borgarelli ha detto...

Grato ad Apollonio per la risposta davvero esaustiva, m'impegno a mantenere il sorriso, a dispetto dell'insofferenza - anche se mi permetto il sospetto che la serenità possa albergare più agevole nel linguista, chiamato a descrivere il traffico, che nel povero prof al crocevia trafficato, dove deve decidere su chi e per cosa fischiare...