6 maggio 2014

La torre del Carburo

"La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia, siamo noi che l'abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l'odio li ha cementati; l'odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini.
E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra.
Come diremo, dalla fabbrica di Buna, attorno a cui per quattro anni i tedeschi si adoperarono, e in cui noi soffrimmo e morimmo innumerevoli, non uscì mai un chilogrammo di gomma sintetica".
L'accostamento proposto da questo passaggio del più celebre scritto di Primo Levi è suggestivo e paradossale. 
La "favola antica" procede da una lingua unica, assoluta, alla sua dispersione in una pluralità di idiomi, tutti relativi: a tenervi il ruolo di maledizione è l'irrompere della differenza, con cui Dio vanifica l'impresa umana dissennata.
La differenza delle espressioni è invece la condizione di partenza della nuova Babele, che non è favola, peraltro, e si verifica nella storia. E "il sogno demente" è di percorrere a ritroso, con una "bestemmia di pietra", la via della maledizione divina. Si procede così alla Vernichtung, all'annientamento della molteplicità, non solo espressiva, nella direzione dell'unità e di un assoluto "cementati dall'odio". 
D'altra parte e a dire il vero, neanche nella "favola antica" l'amore pare determinare l'attitudine del protagonista né dei comprimari: così, almeno, nella lettura tradizionale. Sulla favola forse varrebbe però la pena di gettare uno sguardo diverso (e, dal suo punto di vista, Paolo Fabbri lo suggeriva acutamente, or sono un paio di decenni).
La torre del Carburo è opera inane, com'è evidente a tutti, vittime e carnefici, ma testimonia lo sconsiderato tentativo di restauro della lingua pre-babelica. Sarà la mitica lingua delle cose e dei fatti? Quella che, per ricorrente mistificazione, si pretende univoca e in cui tutti i conti si dice tornino? Eternamente rimpianta, sempre invocata e contrapposta alle lingue delle parole, dove capita invece che, umanamente, mattoni siano Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak e ancora molto altro: tutto ciò che si progetta appunto di annientare.
Anche la lingua in cui pretende di esprimersi la torre del Carburo è tuttavia una lingua né la salva la mira blasfema d'essere di cose e di fatti. La torre ha la sua funzione in un sistema di segni: vi vale come figura di un discorso. Vi vale da allegoria. Esattamente la funzione che restituisce al lettore il dettaglio d'una narrazione di indiscutibile veridicità, di stupefacente accuratezza, di non ancora cessata attualità.

3 commenti:

Sesto Sereno ha detto...

Per il mare, mai rassegnarsi, come insegna l'immagine a corredo della "rotazione funzionale" (anche delle ere?)
Blak

Sesto sereno ha detto...

La rotazione ha contagiato anche i miei occhi: il mio commento precedente dovrebbe approdare nel mare di Zurigo!

Apollonio Discolo ha detto...

Proprio perché di rotazione delle ere si tratta, quanto al mare, paziente Lettore, c'è da rassegnarsi. Il commento è scivolato di un frustolo, pare ad Apollonio; ma, tra vecchi amici, che importa? La fàtica sta nel nocciolo.