4 luglio 2014

Vito Catozzo, con l'aiuto di Roland Barthes

Sì, di Roland Barthes e della sua implacata e contrastata libidine di discernere. Scrittori e scriventi, dunque. Scrivere come funzione e scrivere come attività. Scrivere come un fare che si scioglie intero nella lingua, senza lasciar residui, e scrivere come un fare che attraversa la lingua (diversamente non potrebbe) per andare altrove (ma un altrove c'è? Si pone ci sia e la cosa deve bastare). 
Insomma, scrivere intransitivo (meglio sarebbe stato dire "in uso assoluto": ma si può fare il pedante con Barthes? Sì. E forse si deve, visto che ha avuto un codazzo) e scrivere transitivo.
Niente moralismi. Valori funzionali. Rapporti. Roba da valutare, certo, ma da non confondere nelle valutazioni. Né da confondere in relazione con il gusto e, soprattutto, col piacere. Discernere insomma: fino al limite, amoroso, di ciò che non pare più discernibile. E forse non lo è.
Ebbene, la parola di Vito Catozzo, e di altre maschere linguisticamente vere perché strampalate in modo rigorosamente sistematico, era espressione d'uno scrittore. La taglia? Che importa? Con Barthes, non è mai questione di taglia.
Poi, c'è stata l'espressione d'uno scrivente. E, stavolta, di taglia. Lo dicono numeri e fatti che rendono superflua ogni discussione e sospetto di invidiosa malevolenza ogni esibito spregio. 
Ma, come Barthes insegna e come si dice di pere e mele, scrittori e scriventi non possono essere gettati nel medesimo mucchio, nemmeno quando un caso del primo tipo e uno del secondo sono i modi con cui è accaduto d'esprimersi alla medesima persona. Una persona che, in modo infine non discernibile e dalla sua lontana Citera, Apollonio ha sempre trovato simpatica, forse non solo per via di un semplice legame generazionale.

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