13 gennaio 2017

Linguistica candida (43): Perché non ci si può dire chomskiani

Malamente mascherate da uno stile scientifico, sono sempre state e sono ancora lampanti nella prosa e nella parola di Chomsky una rabbiosa voglia di dimostrare di avere ragione e un'ansia, a tratti spasmodica, di procurarsi proseliti. E più che all'oggetto del suo studio o alla sua osservanza disciplinare, Chomsky continua a mostrare di tenere a se stesso, magnificandosi nella sua teoria, appena può: attitudine espressiva che non è difficile cogliere già nei suoi esordi di arrivista inappagato, per quanto subito realizzato.
Tali caratteri dicono da tempo a chi ha saputo vederli e diranno certamente con chiarezza alle generazioni future che, con il pretesto di una disciplina forse non completamente innocente e piuttosto aggressiva e supponente come è stata, dalla sua nascita, la linguistica, in lui si sono espressi, nella modernità tarda, quindi spirata, un profeta o un agitatore più dell'uomo di scienza che in molti ormai da sessanta anni gli fanno credito d'essere.
E dicono che l'avventurato slancio d'avere appunto avuto, infine, una sola idea (geniale o sciocca, qui poco importa precisare: d'una sola si tratta) ha prevalso in lui sulla scettica ponderazione e sulla zetetica cautela raccomandate da un filo di saggezza a chi, in qualsiasi tipo di ricerca, muove i suoi passi sul ponte sempre incompiuto delle proprie ipotesi e del proprio pensiero.
Come si fa, del resto, a prendere sul serio uno che si è sempre preso tanto sul serio? Uno che si sente un genio e che, come non bastasse, dice di continuo e ai quattro venti di esserlo? Uno di cui, malgrado l'inesorabile avanzare dell'età, non si conoscono un'ironica presa di distanza da se stesso, un "ma forse mi sono sbagliato" o uno "scusate, potrebbe essersi trattato solo di uno scherzo", accompagnati da un clemente sorriso sulle proprie umane e stordite fantasticherie? 

1 commento:

Anonimo ha detto...

«Morse could no more follow the technical terminology of ballistics reports than he could understand a paragraph of Structural Linguistics», C. Dexter, Death is now my neighbour, 1996