12 maggio 2009

Il programma della linguistica

Qui, Apollonio non l’ha mai detto e del resto è proprio difficile dirlo. È certo però che i suoi due lettori, per semplice effetto d’umana simpatia, hanno capito da tempo ciò che egli pensa e prova a formulare non per via diretta (non ne sarebbe capace) ma accumulando esempi peregrini. Come nell’incoerente racconto di un picaro, essi poi lo inducono a divagare. E magari è meglio così.
Vuol dirlo, però, sommessamente e come può. A suo parere, spetta alla linguistica la prospettiva di scienza umana integrale, né filologica né filosofica: in grado perciò di comporre sistematicamente le due tradizionali attitudini disciplinari nell’opposizione fondamentale col suo proprio punto di vista, che non è storico né ontologico ma correlativo. Funzionale, un tempo si sarebbe detto appropriatamente: ma la qualificazione non è stata risparmiata nei decenni passati da note devastazioni concettuali e la si può evocare ormai solo con cautela e facendola seguire, come qui, da opportuni distinguo.
Di passaggio, ciò spiega l'attuale scarsissima fortuna del punto di vista linguistico. Si vivono infatti gli esiti lontani d'una temperie culturale che abbandonò il porto apparentemente sicuro ma pieno di inganni e di mistificazioni dei pedanteschi fasti filologici (insomma, quello contro cui si schiantò Ferdinand de Saussure) e, gettandosi a capofitto nella ricerca o nella negazione del senso, si votò a una inevitabile bancarotta intellettuale.
Siccome al peggio non c'è fine, ne venne aperta la strada a chi prese ad accumulare furiosamente e nel più completo disordine ogni genere di paccottiglia, fino a restarne sommerso e soffocato, secondo una variante degradata dell’antica attitudine erudita, sorretta almeno un tempo da una nobiltà del gusto che aveva invece cominciato a latitare ed è oggi del tutto sparita. E siamo così al tempo presente.
Nella sua riflessione (se tale la si può definire), il tempo presente è quanto di più lontano ci sia dall'idea di faticosa ricerca di un'ipotetica sistematicità per differenze: questo è appunto il programma della linguistica.
Il tempo presente osserva invece incantato la pletora di enti e di oggetti in cui nuota con l’attitudine ebete di chi mira a servirsene (e magari se ne serve) senza avere idea di cosa stia facendo e senza domandarsi se non si tratti per caso di fantasmi reificati dall’eclissi di ogni pensiero critico e dall’inarrestabile dilagare, tra i suoi presunti maîtres à penser, della più piatta stupidità.
Mai epoca migliore visse quindi la linguistica, come forma integrale di critica radicale del suo tempo, mai epoca migliore forse vivrà: la scarsa fortuna di cui gode racchiude e protegge come uno scrigno il valore della sua saggezza alternativa.

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