30 maggio 2013

Come cambiano le lingue (2)

Oggi, in un pezzo del Corriere on-line e per i lessicografi del futuro: "«Senza una corretta strategia di interoperabilità non si può seguire il mercato». Se a proferire una frase del genere fosse un esponente della comunità [open] source o della free software foundation non ci sarebbe alcuna notizia e saremmo di [fronte] al cane che morde l'uomo, per dirla in gergo giornalistico. Invece a lanciare un'invettiva pro-interoperabilità è [il] responsabile delle strategie competitive di Microsoft, per anni quanto di meno interoperabile abbia offerto il mercato, insieme ad Apple".
Prima attestazione nota ad Apollonio di invettiva come vox media, tale cioè da consentire, oltre alla tradizionale reggenza introdotta da contro, anche una reggenza con proE conferma di una circostanza psicolinguistica (di conseguenza, sociolinguistica) peraltro ben nota: a spingere avanti le lingue non sono gli incólti ma i non-incólti (classe che include cólti e semi-cólti) con le mai esauste risorse di una creatività che è combinazione di incoscienza e intenzionalità: quindi, a suo modo, proiezione nell'età adulta di un tipico stato infantile. 
Chi cambia la lingua, insomma, pare un bambino ma non lo è, come pare uno che sa ciò che fa e invece è solo uno che sa ciò che vuoleChe poi riscuota o non riscuota simpatia, e presso chi e come, è altra questione.
In ogni caso, una nascita (se di nascita si tratta) è un evento fausto. Buon pro.

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