11 febbraio 2015

Cronache dal demo di Colono (30): Rome

Cosa sono le cose che i nomi propri denominano? La questione incarta i logici da gran tempo e Apollonio si guarda bene dall'aggiungervi motto. Del resto, non ne sarebbe capace: la realtà - lo ha confessato più volte - per lui è veramente troppo. 
Quindi che posto sia Roma, quel luogo del mondo che per più di duemila e settecento anni ha risposto allo stesso nome (enorme, eccezionale bizzarria, se ci si pensa un attimo), cosa sia quel luogo, Apollonio dichiara appunto di non saperlo. E di non sapere se Rome e Roma siano o no lo stesso posto.
Da modesto osservatore dell'espressione (porzione della realtà anch'essa, forse; altamente fantasmatica però), da analista delle chiacchiere o (come affermano quelli che si voglion dare importanza) del discorso, insomma, da praticone della lingua, assicurerebbe però, a chi glielo chiedesse, che Roma e Rome non sono la stessa cosa. E che dicendo Roma o Rome non si dice la stessa cosa. E che una cosa è presentarsi come Roma, una cosa diversa è farlo come Rome.
Poi, naturalmente, si è liberi di scegliere. E sin dalla più tenera età, Apollonio ricorda del resto il caso di qualche Maria che, di punto in bianco, cominciava ad andare in giro pel mondo dicendo di chiamarsi Mary. 
Le Maria-Mary, le Addolorata-Dolores e, in un crescendo di fantasia, le Vincenza-Cynthia, le estrose Nancy che per i nonni rispondevano invece al delizioso nome di Nunzia e così via, Apollonio le ricorda peraltro senza scandalo, ci mancherebbe. Poveracce, però. Meritevoli di un filo di tenera compassione. 
La medesima che da oggi suscita appunto Roma. Pardon! Rome, come Roma pretende di chiamarsi, poveraccia, per darsi un tono, andando in giro pel mondo.

[Per chi fosse all'oscuro, ecco il fatto.]

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