15 gennaio 2016

Scherza coi santi... (8): Sopra un "codesti" di Caproni traduttore di Baudelaire, chiosa a una chiosa del frustolo precedente

"Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?" scrisse Baudelaire. E Giorgio Caproni, traducendo: "Che van cercando in Cielo | tutti codesti ciechi?"
Cosa ci sta a fare quel codesti? Allontana i ciechi dal "je" che, anche lui appunto, si trascina e che si dice inebetito più di loro. Li pone nell'area di pertinenza di un "tu" che, nel componimento, è la "cité" ed è chi legge, se si sale dal livello dell'enunciato a quello dell'enunciazione (dove "je" è naturalmente l'enunciatore).
Il testo è una procedura (un "processo", diceva un caro sodale di Apollonio). C'è da chiedersi se, in tale procedura, l'operazione sia felice, sia ben riuscita. Non solo in funzione di una corrispondenza al sistema da cui si sprigiona l'originale - corrispondenza certo sempre impossibile, sempre idealmente da perseguire, tuttavia -, ma anche in funzione del sistema (lo si vuole considerare in autonomia?) in cui si proietta la nuova creazione. "Tutti questi ciechi" sarebbe stato corrivo? "Tutti codesti ciechi" non sarà corrivo ma è forse troppo loquace e sfiora la belluria.
C'è poi in quel codesti un quid di spregio. Lo spregio è connesso con la presa di distanza di cui s'è detto. Una simile presa di distanza non c'è sotto la penna di Baudelaire, che coi ciechi è invece simpatetica.
Ecco dunque che questa traduzione funge da cartina di tornasole, per Apollonio. Contrastivamente, staglia con nettezza, ai suoi occhi di lettore di Caproni, un tratto idiosincratico del poeta livornese (e genovese. E romano?).
Ora che vede in chiaroscuro questa linea di spregio nella parola di Caproni (codesti, la parola che Caproni rivendica per se stesso, in questa traduzione), Apollonio capisce di averla sempre percepita nell'insieme della sua opera, senza essere mai prima riuscito a trasformare il percetto in concetto. E gli pare così di intuire come mai l'ammirazione, grandissima, non sia mai sfociata in una simpatia.
Apollonio ritiene infatti che lo spregio sia consentito alla vita ma per farsi arte, come per farsi ricerca, deve diventare sprezzatura.

4 commenti:

Qwerty Uiopè ha detto...

Osservazioni acute e pienamente condivisibili, salvo il dubbio che "codesti" sia qui piuttosto lecita concessione ad una necessità metrica, nonché eco d'una celeberrima nota montaliana: si sa, i poeti sono corrivamente sensibili alle forme.

Apollonio Discolo ha detto...

Senza dubbio, Lettore o Lettrice specialista. E Apollonio Le è grato per il veloce e utile arricchimento dei punti di vista.

Vito Lucio Maria ha detto...

Ma non si vede alcuna 'necessità metrica' e neppure opportunità di tal natura che alloggi 'codesti', per quanto la si cerchi con acribia; riguardo a Montale così o in altro modo echeggiante in Caproni, non saprei e proprio non direi. Temo che la severa diagnosi di Apollonio debba tenersi per giusta. Con il timore, la superfluità d'un dire si presenta forse più acconcia.

Apollonio Discolo ha detto...

Bentornato, benevolo Lettore. Apollonio Le è grato del sostegno al suo scatto d'umore.