12 settembre 2009

"Berlusconi fa l'ottimista"

...è il titolo di un articolo comparso su un quotidiano pochi giorni fa, nelle pagine dedicate allo sport. Si parla quindi del presidente di una società calcistica: per i lettori, ciò sia garanzia della distante serietà di questo post. Apollonio non è d'improvviso ammattito e non li sta piombando nell'ennesima noiosa riproposta del tema di discussione più inconcludente e corrivo che l'Italia abbia procurato a se medesima e ai suoi osservatori esterni negli ultimi sessanta anni.
Il costrutto testimoniato da quel titolo pare perfettamente identico, dal punto di vista formale, a quello esemplificato da Alessandro Del Piero fa il calciatore, Valentino Rossi fa il motociclista, Sofia Scicolone fa l'attrice, Andrea Bocelli fa il cantante e così via.
Interpretativamente, Berlusconi fa l'ottimista è tuttavia molto differente da questi esempi e parallelo, invece, a Vittorio Sgarbi fa lo sciupafemmine, Eugenio Scalfari fa il filosofo, Maria Grazia Cucinotta fa la primadonna: 'si atteggia a...', 'si comporta come se fosse...' e non 'esercita la professione di...', 'lavora come...'.
Simpatica curiosità dell'italiano, lingua di imbroglioni e di poeti (senza necessaria disgiunzione tra le due categorie) e quindi atta a mettere alla frusta chi, impettito, fa il linguista e si trova davanti due costruzioni che paiono perfettamente identiche, quanto alla forma, con interpretazioni che, messe a contatto, stridono e possono ispirare maliziose considerazioni culturali e complici sorrisi.
Facile pensare, infatti, che un italiano, per professione, faccia il falegname, il poliziotto, l'avvocato, il medico, il professore esattamente come, mettendo in opera un atteggiamento (che nulla garantisce sia autentico), fa il villano, il sordo e, di nuovo, il professore o il poliziotto. Facile immaginare che un italiano faccia il presidente del consiglio dei ministri, il magistrato o il giornalista come fa il damerino, l'uomo di mondo, il cascamorto, l'esperto di politica internazionale, cioè rappresentandosi, come un guitto, nel gioco sociale.
La differenza interpretativa pone peraltro questioni che non si possono facilmente liquidare come fossero effetti di fattori lessicali e lo si è già intravisto. Ci sono professori, infatti, che come altra gentaglia fanno i professori e ce ne sono altri che, grazie al cielo, salvano l'immagine della categoria (sempre a rischio di risultare odiosa) e hanno attitudini diverse e migliori.
È chiaro d'altra parte che specifici elementi lessicali possono volta per volta indirizzare verso il mestiere, e qualificare una costruzione che si è altrove proposto di chiamare Negotium, o verso l'atteggiamento, nella parallela e distinta costruzione Habitus. Non c'è nome, però, che in un opportuno contesto (non necessariamente scherzoso) non si presti a comparire nel costrutto Habitus.
È un tipico luogo comune pensare di un abitante di Napoli che sia sempre pronto a fare il filosofo: sarà stato questo il caso di Benedetto Croce? Conversamente, col continuo proliferare di nuove professionalità (non s'usa dire così?) e di modi fantasiosi di designare le vecchie, ci si sentirebbe di escludere che una ragazza domani possa fare la minimalista di professione? Per il momento, questo è certo, in Italia e fuori, c'è chi s'accontenta di trarre modesto profitto dall'Habitus.
Del resto, un padre cui la figlia nel primo dopoguerra avesse detto di voler fare la velina avrebbe avuto dubbi sulla sua sanità mentale; oggi, felice, l'accompagna ai provini. A nessuno viene più in mente che chi fa il cafone possa farlo in modo onesto ed onorato come mestiere. E tra i musicisti di un'orchestra c'è chi, per mestiere, fa il trombone e chi fa il violino, mentre tra gli accademici c'è chi fa il trombone e chi fa il leccapiedi: per mestiere? Di più: per vocazione.
Le differenze formali tra i costrutti Habitus e Negotium, però, ci sono e la disparità interpretativa non è il solo carattere che li opporrebbe, mentre tutto il resto li renderebbe identici: la fondamentale serietà della civiltà italiana (del lavoro) è dunque solida, anche se latente, e, per quanto periclitante, l'immagine nazionale può essere ritenuta salva.
Far venire fuori tali differenze, intendere cioè la loro sintassi, i processi attraverso i quali essi si fanno e di cui le diverse interpretazioni sono solo manifestazioni, è affare di una disciplina sperimentale come è la linguistica e quindi domanda che si creino opportune condizioni di osservazione.
Si fa così in tutte le procedure scientifiche, quando si costruisce un esperimento che mira a determinare esattamente i caratteri sistematici di un fenomeno. Capiterà forse di parlarne in una prossima occasione.
La certosina attività di creazione di condizioni di osservazione appropriate agli esperimenti è gran parte dell'impegno professionale del linguista e gli fornisce, inoltre, grandi ragioni di divertimento: certo, l'impegno e il divertimento di chi fa il linguista, non di chi fa il linguista. Beh, insomma, ci si è intesi, di chi, linguista, c'è e non ci fa.

1 commento:

cartabaggiana ha detto...

"Simpatica curiosità dell'italiano, lingua di imbroglioni e di poeti (senza necessaria disgiunzione tra le due categorie)"

che ricorda:

"..i poeti, che strane creature: ogni volta che parlano è una truffa.."

omaggio a Fabrizio de Andrè (le storie di ieri, Volume 8) o provvida capillarità del caso?