17 giugno 2015

Lingua loro (1): Clandestini

Quasi dieci anni fa, su questo scombiccherato diario, s'inaugurava la serie Lingua loro, già con il suo secondo frustolo. 
Il frustolo era dedicato a clandestini. La parola era in uso, allora, generalmente. Negli anni successivi, essa è stata ripercossa e s'è socialmente provato a farne un ipocrita tabù. Non è stata domata, tuttavia. Come portata da un fiume carsico, adesso riappare infatti qui e là, da polle che ne producono chiazze e pozzanghere. 
Se si cercano esempi del Newspeak e del conseguente spirito che intride profondamente, molto più profondamente di quanto credano le anime belle, le coscienze e la vita del Moderno putrefatto, le ricorrenze di clandestini di allora e di oggi sono a disposizione. 
A disposizione di chi resta capace di vederle. 
Insieme con tutte quelle in cui, a tratti comicamente, a tratti tragicamente, sempre in modo ridicolo (che è del resto il proprio della riverita specie), nuovo vuol dire vecchio, con pace s'intende guerra, con gusto il suo contrario, schiavitù vale libertà, a realismo corrispondono le più scatenate fantasie e così via.
Per costanza (o magari solo per coerenza, nota virtù dei cretini), Apollonio non ha da togliere o da aggiungere una virgola a quel frustolo. Lo rimette in circolo. Del resto, è ragionevolmente certo che dei suoi due lettori di adesso, non uno lo fosse dieci anni fa. Rischia dunque di suonare, per loro, come una fresca novità. Orwellianamente, appunto e per non essere troppo in disaccordo con i tempi, una novità di dieci anni fa. Eccolo.  

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