8 giugno 2011

La libertà di subordinare, la schiavitù di coordinare

Subordinazione e coordinazione: modelli generali per la composizione dei testi. Nei testi esse si mescolano variamente. La prevalenza dell'una o dell'altra fa però differenze, che chi legge o ascolta non tarda a percepire, non necessariamente in modo consapevole.
La subordinazione ricorre in testi in cui prevale l'aspetto argomentativo. Sono testi spesso centrati sulla terza persona, che Benveniste giustamente chiamava "non-persona". La composizione delle proposizioni è affidata alla trasparenza di rapporti interpretabili e interpretati: causali, temporali, finali e così via (secondo la terminologia semantica tradizionalmente in uso). La si trova di conseguenza preferita in certi tipi di testi scritti o in un parlato fortemente organizzato.
La coordinazione ricorre in testi, scritti o parlati, in cui prevalgono aspetti emotivi o conativi. Sono testi sovente centrati sull'"io" o sul "tu", che non badano a rendere linguisticamente trasparente la ratio compositiva delle proposizioni. Si affidano quasi per intero alla semplice e irrinunciabile caratterizzazione dei rapporti imposta dalla linearità dell'espressione, dal fatto che, senza che ci si possa fare nulla, nell'espressione linguistica (proprio come nella vita) qualcosa vien prima e qualcosa dopo. La coordinazione dà a tali testi un'apparenza di maggiore sveltezza. Alla sua più semplice organizzazione di superficie non di rado corrisponde però un'ambiguità profonda.
Un facile esempio. In Esce Pio e io entro le due brevi proposizioni sono coordinate e solo l'ordine ne struttura il rapporto non solo formale ma anche interpretativo (come sempre nella lingua). Così com'è ordinata e messa in relazione con costrutti paralleli con subordinazione, la loro composizione per coordinazione potrebbe valere almeno come Quando esce Pio, io entro; come Poiché esce Pio, io entro; come Se esce Pio, io entro; o ancora come Pio esce affinché io entri. In tutti questi casi, ci sono espliciti operatori compositivi (rappresentati dalle cosiddette congiunzioni subordinative) che rendono la costruzione meglio interpretabile. Il prezzo che si paga alla chiarezza è la complessità della subordinazione sintattica.
Cosa dice allora questa banale osservazione a chi voglia intenderla? Dice una cosa inattesa e, all'apparenza, paradossale. La subordinazione è un modo per ribellarsi ordinatamente e, certo, come si può nei limiti umani alla più pesante dittatura cui obbedisce l'espressione: la dittatura del tempo. La subordinazione può aprire un piccolo spiraglio di libertà e rendere meno costrittivo quell'ordine che, invece, la coordinazione accetta come suo rigido parametro: Io entro, perché esce Pio; Io entro, se esce Pio; Io entro, quando esce Pio.
Lo si è detto: l'apparenza è di un paradosso. La gerarchia che la subordinazione domanda rende l'espressione più creativa e la subordinazione è, di conseguenza, più libera perché più responsabile e disciplinata della coordinazione.
Non è forse un caso allora che epoche o figure di pensatori e di scrittori che hanno prestato molta attenzione alla libertà (in ogni senso immaginabile) siano stati guidati dalla loro espressione verso forme sintattiche altamente gerarchiche e ricche di subordinazioni.
Come non deve essere un caso che un'epoca come la moderna, in cui (malgrado le apparenze) la libertà è rimasta a cuore a pochi sempre più sparuti, le sue menzioni sono state sovente menzogne e i suoi valori hanno avuto margini sempre più angusti, un'epoca come la moderna, si diceva, abbia visto un progressivo (ohibò) e sempre più largo imporsi testuale della coordinazione. Fino ai limiti della comunicazione d'oggi che, seguendo modelli totalitari che si fa mostra di spregiare, ma solo perché li si è frattanto perfezionati, mira, da un lato, a innalzare a dismisura il feticcio di qualche niente spacciato per "io" e, dall'altro e correlativamente, a ottenere obbedienti comportamenti irriflessi da miriadi di instupiditi "tu".

2 commenti:

Anonimo ha detto...

l'ipertrofico egocentrismo del 'tu'.

Cartabaggiana

Sesto Sereno ha detto...

Esce Pio e io entro. Entro io e esce Pio. Certo non è la stessa cosa.
Invece,in un gioco infantile, mia madre mi mostrava alternativamente l'indice, con la falangetta coperta da una fascetta di carta ed il medio, senza fascetta e accompagnava l'apparire dell'uno e dell'altro con la frase: "vola Gigino, torna Gigetto, vola Gigetto, torna Gigino". Senza "e".
E' vero che era una maestra (insegnante, amava definirsi), ma non sospettavo, gentile Apollonio, che mi stesse insegnando a liberare la mente, invitandomi ad immaginare le mille ragioni possibili per quell'alternarsi.
Blak