16 giugno 2011

Variare, mutare

Capitava anni fa (oggi un po' meno, i tempi sono mutati) di leggere scritti di studiosi entusiasti dei propri metodi che annunciavano, impavidamente, di avere visto mutare la lingua, nel corso delle loro esplorazioni, quando invece, come capita a chiunque vi presti un po' di attenzione, l'avevano soltanto vista variare. A questi esploratori superbi, il Marco Polo delle Città invisibili avrebbe certo replicato che all'uomo è al massimo dato di cogliere le lingue mutate. La differenza c'è ed è enorme.
Se Marco Polo ha torto, il linguista che si occupa di diacronia è, in prospettiva, una figura faustianamente inquietante e soffia uno spirito diabolico nella linguistica diacronica.
Se, come Apollonio inclina a pensare, Marco Polo ha ragione, il linguista che osserva la lingua attraverso il tempo (e Apollonio medesimo quando sovente lo fa) è un buonuomo che ha le simpatiche fattezze di quell'ashkenazita della mitica Chelmo al quale fu raccontato (secondo la storiella raccolta da Ferruccio Fölkel) che i corvi campano più di duecento anni e che, curioso, ingenuo e un po' sciocco, come forse deve essere ogni uomo di scienza, ne catturò uno per vedere se la notizia fosse vera.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Sicuramente è triste doversi limitare a disseppellire una lingua morta, senza poter mai fissare la data del funerale.
Più che a un soffio diabolico di faustiana memoria, dunque, la linguistica diacronica sembrerebbe esposta agli spifferi di un amore tutto antropologico per i riti e le ripetizioni.
Fortuna che non so assolutamente nulla né di linguistica né di antropologia, e così posso restarmene quieta all'ombra delle storielle ashkenazite raccolte dal meritevole Foelkel e -- con non meno meritevole sagacia -- preziosamente incorniciate dai suoi post.

Con gratitudine e curiosità,
Licia.

Apollonio Discolo ha detto...

Benvenuta, gentile lettrice. Funerale e lingue morte: il gustoso accostamento ha fatto sorridere Apollonio. Grazie. Ma, sul tema, ancora un pensiero, tutt'altro che funebre. E se le lingue non morissero mai? E se a morire fossero solo gli stupidi che le parlano? Apollonio intende naturalmente tutti gli stupidi, in primis lui che Le sta rispondendo. Ecco un'ipotetica ragione per l'impossibilità di fissare la data del funerale d'una lingua, cui l'eventuale qualifica di "morta" viene attribuita solo per metafora. O, a questo punto, per metonimia? Apollonio se lo chiede. Comunque sia, le viene attribuita come ennesima prova della limitata fantasia umana.

Sesto Sereno ha detto...

Oh mamma! Esco in esplorazione e scopro l'urna dove giace da tempo immemore una lingua: la apro trepidante ed improvvisamente, come nelle brutte favole, quella si sveglia e comincia ad invecchiare a velocità terrificante, mentre io me la prendo con la mia imprudenza.
Allora, seduto nella mia poltrona, accendo uno stroboscopio nella testa e osservo una lingua viva ma immobile mentre lei, sotto i miei occhi che non vogliono vederlo, è più vispa di un furetto.
Oh,illustre Apollonio perché non ci indica un terzo polo?
Non c'è, eh?...anche qui!
Blak

Apollonio Discolo ha detto...

Perché ci sia un terzo polo, come s'usa dire adesso, o una terza via, come si diceva un tempo e come all'orecchio di Apollonio e al suo vecchio cuore da stradista suona meglio, è possibile solo a condizione che i primi o, appunto meglio, le prime due esistano, amabile lettore. E ad Apollonio, a dire il vero, sincronia e diacronia, quelle di tutti i manuali di linguistica, separate, sono sembre sembrate, tanto l'una quanto l'altra, dei vicoli ciechi. È vero, sono concetti del Cours del buon Ferdinand, ma detti in quali contesti culturali? E riferiti come? E recepiti come? In modi che da un secolo incoraggiano una grande pigrizia intellettuale. Come scrisse Robert Musil (lo cita Kublai Kan, alla porta accanto), non c'è acuta idea che la stupidità non possa far sua e devastare. Se lo si capisse, sa quanti guai si eviterebbero? Se lo si fosse capito, sa quanti guai, negli ultimi tre secoli, quelli del cieco imperversare dell'intelligenza umana, si sarebbero evitati?

Cartabaggiana ha detto...

sarà la mia consueta inclinazione a salvare il salvabile, sarà che sono un romantico, eppure a ben guardare, che una lingua possa essere definita diacronicamente 'morta' è la prova che la fantasia umana è, al contrario, illimitata.

Anonimo ha detto...

L'idea del contagio metonimico da cui potrebbe farsi discendere l'infausta definizione di 'lingua morta', è graziosa oltre che originale; in ogni caso parrebbe il primo tributo fin qui noto della scienza epidemiologica nei riguardi di quella linguistica.
Meno originale risulta l'implicita considerazione -- che giocoforza ne deriva -- del Vaticano, come di uno Stato la cui popolazione sarebbe per lo più costituita di vampiri-zombie, per non parlare della schiera dei 'ghostwriters' responsabili della redazione in latino delle encicliche papali.

Comunque sia, è sempre un piacere per me soffermarmi su questa Sua pagina web.

Con i migliori auguri per un lieto finesettimana,
la Sua convinta estimatrice e lettrice Licia.