2 gennaio 2014

Come cambiano le lingue (5)

O, meglio, come è già cambiato, e irreversibilmente, l'italiano: infatti, consummatum est.
A noi ha sempre impressionato la sua determinazione; A me stupisce che ancora nessuno protesti; A te allarmano i suoi modi, ed è comprensibile, ma stai tranquilla, non è un cattivo ragazzo: a chi non capita, ormai da decenni, di udire frasi comparabili con queste? Via via, sempre più anche in sedi formali e su labbra di gente di livello (non necessariamente tutta meridionale). Anzi, ormai e come segno distintivo, su labbra di gente di livello, di quella gente che sa dove va il mondo. Figurarsi non sappia dove va la sua lingua. "Lingua loro", appunto: categoria alla quale avrebbe potuto essere attribuito questo frustolo. 
"...ha impressionato noi (o Ugo, il pubblico), ...stupisce me (o chiunque lo sappia, la gente perbene), ...allarmano te (o le autorità, i consumatori): ci mancherebbe!", risponderebbero unanimi, se interrogati, coloro che si fossero appena prodotti in espressioni come le sopra menzionate. Poi ricomincerebbero a parlare, però, ed eccoli di nuovo proferire, senza fare una piega, gli appena rinnegati a noi, a me, a te stupisce, allarma, impressiona.
La questione tocca delicati equilibri tipologici e funzionali dell'italiano, incamminato evidentemente su strade già percorse da varietà sorelle (nobilissime lingue romanze di altre nazioni europee e gustosi dialetti italoromanzi meridionali). Si rassicurino però i lettori di Apollonio. Quelle son faccende che lui, non l'appassionano: storie di tipologie, di equilibri dinamici del sistema e di suoi punti di frattura e di ricomposizione. Appassionano il (e certo non al) suo noioso alter ego. Qui non se ne farà parola. Se non per dire che questi aspetti delle chiacchiere quotidiane, in apparenza tanto innocui, sono l'emergere, in italiano, di un "oggetto con preposizione": così si chiama il fenomeno o anche - e fa più tendenza - "marcatura differenziale dell'oggetto" (circola anche la designazione "accusativo preposizionale" ma è desueta, oltre che ancora più discutibile delle sue concorrenti oggi più fortunate).
Da almeno un ventennio, d'altra parte, la vicenda è comparsa, come oggetto di interesse, nella letteratura scientifica. Ci sono già studi che hanno determinato con precisione le circostanze nelle quali il fenomeno sta penetrando nel sistema delle codifiche morfosintattiche italiane, che ne hanno insomma disegnato lo scenario. Osservazioni tutte condivisibili e, del resto, facilmente verificabili: in tale scenario compaiono i pronomi, compare la messa in rilievo, compaiono i verbi detti psicologici e così via. Come del resto dicono gli esempi, tutti di fantasia, che ci si è procurati.
Capita quasi sempre, in quegli studi, che tali circostanze siano magari scambiate per le cause del processo: sul tema, una volta o l'altra, Apollonio tornerà. Determinare le cause (o gli scopi) di qualcosa è del resto il più facile modo di passare per intelligenti. Quale autore di uno scritto che si vuole scientifico saprebbe resistere a una tentazione del genere? E poi lo si sa, la linguistica è ancora una disciplina-bambina: una di quelle che, appunto, crede ancora che trovare le cause (o gli scopi) di qualcosa sia il modo migliore (se non l'unico modo) di capire. Non bisogna riprenderla troppo: crescerà, forse. E se non crescerà e continuerà a gingillarsi con cause e scopi, poco male, per l'umanità, che ha ben altre gatte da pelare.
Comunque proceda la linguistica, del resto, l'oggetto con preposizione, in contesti come i menzionati, procede, in italiano, nella sua avanzata ed è già da un po' che il parlato sta, in proposito, contagiando lo scritto: anche lì, a livelli sempre più alti. Del livello toccato dal fortunato ampliamento, qualche anno fa, un frustolo aveva già qui dato notizia: eccolo, per chi volesse recuperarne la memoria.
Un esempio reale freschissimo, tratto da un portale culturale di tendenza, lo si vede ancora qui sotto:


Ma più rilevante e, forse, definitiva è la testimonianza provvista dall'immagine che segue. E Apollonio è felice di renderne partecipi i suoi lettori. È fatta. Ci siamo. Consummatum est, appunto.   

Si tratta della pagina di un libro pubblicato, un paio di mesi fa, dall'editore che fu di Benedetto Croce: cosa c'è di più culturalmente alto, nel Belpaese? 
In tale libro si riproduce o, forse meglio, si simula un dialogo. E la circostanza non sarà senza rilievo, per la questione qui sul tappeto. Il dialogo ha temi squisitamente linguistici. Si intrattengono su tali temi due figure di massimo rilievo della cultura nazionale: lo scrittore che, negli ultimi venti anni, ha goduto del maggior successo e il linguista italiano più noto e, nell'ultimo cinquantennio, certo il più influente sulle idee che il ceto intellettuale si è frattanto fatto della nazione dal punto di vista linguistico. Meridionali ambedue, si dirà. E meridionale l'editore. 
Vero. Apollonio non crede tuttavia che ciò sia rilevante, nell'occasione. Non crede che, nel caso specifico, si tratti, in altre parole, della solita storia di un italiano plurale perché alimentato da radici affondate nell'espressione dialettale, come i due conversatori opportunamente concordano nell'affermare, lungo tutto il libro.
Qui, la faccenda è altra. E non di varietà è questione ma di neo-uniformità: dal Gottardo a Lampedusa. La pagina consacra infatti un uso, per riprendere una parola molto cara all'importante linguista. In questo uso pare risuonare il dialetto ma l'impressione è falsa. L'uso è generale: è un andazzo nazionale, se ci si vuole esprimere così. E non c'è andazzo che, prima o poi, non diventi legge. È allo scrittore che si deve il prezioso A me questo fenomeno continua a sorprendere. E il linguista non avrà certamente avuto cuore di segnalare al suo interlocutore il dettaglio, per un eventuale cambiamento in bozze. Così, la consacrazione non potrebbe essere più solenne e il battesimo più autorevole. Del resto, se non cambiassero secondo gli andazzi e i gusti della gente di mondo, le lingue, come mai cambierebbero? 
A me questo fenomeno continua a sorprendere, come a me quello spot ha sempre colpitoallora. Si potrebbe dire e scrivere diversamente in italiano? Ormai, mai più. "Carta canta" e che carta, stavolta! Grammatici normativi e fustigatori dei cattivi costumi linguistici facciano il favore di prenderne atto. E la prossima volta, distratti come sono da congiuntivi, "parole dell'anno" e varianti creative delle congiunzioni, vedano, per cortesia, di non arrivare come sempre in ritardo: la lingua cambia, anzi, è già cambiata e urge, in proposito, un'appropriata regola: "...quando l'oggetto diretto è un pronome e...".

5 commenti:

Pasquale D'Ascola ha detto...

Si potrebbe andare tutti al tuo funerale
per vedere se la gente poi piange davvero
e a mmia mi piacerebbe.
Ma insisterò caro Apollonio, insisterò a non andare al suo funerale, dell'italiano, e a dire e scrivere, mi piacerebbe.
Con Totò scambiamoci esequie vivissime
per l'anno, anzi per gli anni a venire.
D'Ascola

Anonimo ha detto...

Un linguista (strutturale o storico) non solo parla ma medita una lingua. Gli è poi (...prima?) che anche nella lingua, sopra tutto nella lingua, taluni orientamenti vengono recepiti (di qui, tramandati) in maniera psittacistica. E a dispetto d'estrosi (ex) fanciulli verganti versicolori carte, un linguista (ogni linguista, poiché con ferocia addestrato ad azzannar caninamente) non può (non deve) aver animo d'assolvere ma mente (e puranche fantasia - però da monumenti e da documenti certificata) per chiarire e per spiegare le ali sull'orme della lingua, ben tetragono ai colpi di (s)ventura e di mancata consapevolezza dei più, e della fittizia (si stima) disattenzione d'una percelebre mente, nell'occasione in vero benigna, per eleganza - o con eleganza.
Emi

Apollonio Discolo ha detto...

Apollonio La ringrazia, cortese fresco Lettore (o fresca Lettrice), di questo ritorno e della glossa chiarificatrice. Strutturale? Storico? Apollonio non sa. Sa, però, che non c'è o: non solo si trattasse di polemico 'aut', ma anche si trattasse di irenico 'vel'. Del resto, storia? Struttura? Sistema, piuttosto: la storia ne è fenomenico accadimento; la struttura trasduzione in ipostasi. Né ferocia né zanne, poi. Felinamente. E se fosse, invece, "caninamente", allora latra, al massimo. Non morde di certo, come insegna il detto. Anche perché, fosse anche amaramente, sorride di gran gusto e a dentatura piena. A volte, lo ammette, come un Franti tralignato in Garrone (o il contrario, ma che importa?). E, di nuovo, un sorriso Apollonio raccomanda d'altra parte al primo commentatore di questo frustolo, l'affettuoso Lettore come di consueto incline al pessimismo. Gli raccomanda inoltre di rinfrescare con una sorridente nuova lettura il ricordo del "Dialogo della Moda e della Morte": alla Moda, immortale, poco cale della minaccia della Morte. La lingua, come la Moda, è immortale. Essa è nel suo divenire e diviene nel suo essere, senza sosta. Mortali sono gli esseri umani che la abitano e la degradano o la esaltano sulla scala temporale dell'effimero, come capita facciano, del resto, con la loro medesima natura (che Apollonio non esclude sia del resto interamente risolta proprio nella lingua): lo spettacolo che ne sortisce è, a guardarlo appropriatamente, sempre uno spasso (e assistervi è, in ogni caso, sempre meglio di non assistervi). Se poi ci si restringe al trascurabilissimo specifico e al pretesto del frustolo, non vi si fa questione di a me (mi) piace ma degli ormai dilaganti a me preoccupa il fatto che..., a me stimola l'idea di..., a me entusiasma la prospettiva di..., a me inquieta l'affermazione che... e così via. Cose del genere ci sono, nell'espressione italiana d'oggi, e ci sono coloro che ne fanno grande sfoggio, perché sono un marchio dello stare sull'onda della tendenza, fosse anche solo perché procurano l'anche inconsapevole piacere di fare una piccola sottile violenza al vieto ordine grammaticale della lingua: niente cambiamento, del resto, nel Moderno, senza una vena di sadismo. Nessuno impone che li si segua (Apollonio, per es., prova a non farlo e a non macchiarsi, in altre parole, anche lui di psittacismo. Ma certo non è nel potere né nel compito di nessuno eliminare l'uso (né, ovviamente, coloro che lo diffondono): rispondere, in altre parole, alla violenza con un'altra (e forse peggiore) violenza. Anche perché, in proposito, provvede il tempo: quando nessuno noterà tale uso come innovativo, si può stare tranquilli che esso sarà tenuto per nobilissimo e da conservare e troverà qualcuno che, ove fosse messo in pericolo da un'altra successiva innovazione, proclamerà morta la lingua e da allestire, immantinente, il relativo funerale.

Sesto Sereno ha detto...

A me, invece, emoziona il fatto che Totti sia nel giusto a dire "me emoziona".
Blac

Apollonio Discolo ha detto...

Con naturale modestia, il buon Totti, emozionato Lettore, calcia magistralmente il pallone e, se fa come Lei dice (Apollonio lo ignora) parla opportunamente "come magna". L'a me dilagante (e da Lei ironicamente ripreso) è tipico di "io" piuttosto ingombranti, cui pare che di sé non ce ne sia mai abbastanza, in ciò che dicono. Chi li ascolta pensa tacito: "ma a me che importa che a te colpisca, emozioni, stupisca, incoraggi, indigni, scandalizzi etc.?. Parla del fatto, non di te, anzi di questo tale a me, cui spetta sempre, nei tuoi discorsi, l'enfasi del principio". Se Le interessa saperlo, Apollonio ha da tempo adottato una misura: smette immantinente di ascoltare (di udire, come sa, non è possibile farlo) coloro che attaccano con un a me grammaticalmente ingiustificato: ciò che segue, per loro, è evidentemente un orpello del loro stupore, della loro emozione, della loro indignazione e così via. Perché non dovrebbe allora esserlo per chi li ascolta? Detto a me, insomma, han detto tutto: si sono rivelati. Ha ragione, quindi. Meglio prestare orecchio a Totti e guardare, quando gli riescono, le sue belle giocate.