11 gennaio 2014

Linguistica candida (11): Quantità (di ovvietà)

I cinque lettori di Apollonio ci avranno fatto caso da tempo e lui arriva sempre in ritardo a dire loro una cosa trita, un'ovvietà. Ma magari lo seguono per questa ragione: per vedere come il poveraccio arranca dietro il mondo che cambia. Ecco allora la cosa trita, l'ovvietà.
Non c'è vicenda di cronaca nera (oggi, domani chi lo sa?) le cui dinamiche non si presuma di ricostruire e di conoscere con esattezza sul fondamento di procedure che si dicono "scientifiche": tute bianche e agenti chimici; microscopi e DNA. 
Non usano più, in altre parole, i vecchi metodi da maresciallo dell'Arma, che, come un cane da caccia, conosce bene gli odori del suo territorio, o da commissario di Polizia, cui non passano mai inavvertiti gli umori umani intorno a lui, estorti magari con metodi non sempre commendevoli. 
No, non usano più. Si ha l'impressione anzi che, abbandonati tali metodi che piacerebbe dire umanistici (perché magari umani capitava non fossero: al contrario), sia stata parallelamente abbandonata anche l'idea che valga la pena perdere tempo a curare che essi si formino e maturino nei nuovi marescialli dell'Arma e commissari di Polizia. Del resto, così si risparmia e si fa prima. Non devono fare altro che accompagnare velocemente sul luogo del fattaccio quelli in tuta bianca o, con altrettanta rapidità, recapitare loro gli opportuni reperti. E poi aspettare il responso dell'oracolo, in uscita dall'orifizio del laboratorio. Oracolo veridico, per definizione. Il gioco è fatto e in gabbia il colpevole del fattaccio: tutto provato "scientificamente", come dicono rete, giornali e televisioni. E guai se manca la prova "scientifica". Non si fa nulla, perché il nocciolo sta sempre tutto lì: tutto oggettivo. Altrimenti, si resta nella nebbia.
Per i vecchi metodi, scarseggiano del resto a questo punto (c'è proprio da credere) anche i maestri. Certe cose si imparano facendole con chi le sa fare e le sa fare per esperienza: annusare odori, spremere umori, pungere, stringere, intuire. Non son cose che si imparano sui libri della letteratura di genere, benché capita vi siano rappresentati: ma letterariamente. Letteratura di genere frattanto cresciuta a dismisura sui banchi delle librerie, si osservi: segno che il mondo che racconta (anche se lo si immagina vivo ancora oggi) non c'è proprio più. Non è accaduto esattamente così agli eroi greci con Omero? Come potrebbe essere diverso per gli investigatori umanisti se a cantarne le gesta è una così folta folla di Omeri?
"Tutta questa menata, con la linguistica, cosa c'entra? E poi per dire che?" staranno pensando i cinque lettori. Per dire, sotto forma di apologo, che, mutatis mutandis, lo stesso sta accadendo nella ricerca umanistica vera e propria: le epoche sono coerenti mica per scherzo. E qui Apollonio cambia marcia ma chi non vuole venire con lui, salti pure giù. La velocità con cui procede è così lenta che, ad arrivare dove vuole andare a parare, si fa prima a piedi.
Ebbene, se non ben meditata e meglio guidata, rischia di dare luogo a gravi perturbazioni teoriche e metodologiche nelle discipline umanistiche e di aprire la strada, forse, a qualche fraintendimento (oltre che alla perdita di saperi), l'applicazione, che si presume "scientifica", degli esiti di sguardi meccanici alla definizione concettuale di processi sistematici concepiti da esseri umani, come sono appunti i costrutti espressivi (basta come cambio di marcia?).
Processi sistematici, si badi bene, destinati da tali esseri umani ad altri esseri umani: coerenti quindi, per criteri di fattura, con le loro facoltà intellettive e capacità percettive, orientate in essenza da criteri di pertinenza e non da aspirazioni (peraltro vane) a un'esperienza esauriente (non differente è l'intera vicenda umana).
Procedendo per la strada che pare ormai intrapresa, si rischia non ci sia più analisi filologica (linguistica o letteraria che sia) dei processi sistematici dell'espressione che non consista nell'evocazione, a mo' di rito magico, dei risultati offerti dall'applicazione di strumenti che, solo perché operano per numeri, si credono esatti. 
Rischiano invece di essere quanto di meno esatto ci sia, dal momento che capita essi contino allo stesso modo cose che per valore oppositivo son diverse e in modo diverso cose che per valore oppositivo sono eguali. Una circostanza del genere è del resto comune nella sfera umana, come l'esperienza insegna a chiunque, maresciallo dell'Arma o commissario di Polizia, guardi a essa con un po' d'acribia.  
L'uso di fumisterie gergali scientiste prova a mascherare, senza naturalmente riuscirci, tranne presso complici e gonzi, che l'avanzare cieco di tali applicazioni è, in realtà, un arretramento della ricerca umanistica (o di quella che viene chiamata tale) verso posizioni sempre meno razionali, sempre meno scientifiche. Quindi verso una comprensione sempre minore di come funzionino quei processi espressivi. È quanto sta accadendo (oggi, domani chi lo sa?).
Qualcosa da farci? Nulla se non (Apollonio, come si sa, è un inguaribile ottimista) sorriderne, seguendo l'insegnamento di quel Giorgio Manganelli che, nel giro di pochi giorni, appare per la seconda volta su questo diario. 
Con candore magistrale, anni fa, sapendo certo di dire un'ovvietà, Manganelli annotò divertito: “Un computer che sbaglia è più avanti di uno che non sbaglia mai”. E (si sente di aggiungere Apollonio, con conclusiva ovvietà) un computer che sorride agli errori di uno che sbaglia è più avanti del computer che sbaglia.  

6 commenti:

s. bartezz, ha detto...

Leggo questo post e subito dopo ritrovo per caso il capitolo dei Miti d'oggi che Roland Barthes ha dedicato al cervello di Einstein" (appena lasciato in eredità "alla scienza" per sua estrema volontà: sua del suo detentore, e cioè sua del cervello medesimo): "Mediante la mitologia di Einstein il mondo ha ritrovato con delizia l'immagine di un sapere formulato. Fatto paradossale, più il genio dell'uomo veniva materializzato sotto le specie del suo cervello, più il prodotto della sua invenzione raggiungeva una condizione magica, reincarnava la vecchia immagine esoterica di una scienza tutta chiusa in poche lettere. C'è un segreto unico del mondo e consiste in una parola, l'universo è una cassaforte di cui l'umanità cerca la combinazione. Einstein l'ha quasi trovata, ecco il mito di Einstein; vi si trovano tutti i temi gnostici: l'unità della natura, la possibilità ideale di una riduzione fondamentale del mondo, il potere di apertura della formula...".
Non smetterei più di trascrivere. Viene da dire: "pare scritto oggi". Meglio resistere al luogo comune: oggi Barthes avrebbe qualche difficoltà a pubblicarlo.

Apollonio Discolo ha detto...

Ci son cose che paiono scritte oggi perché son così ovvie che si possono scrivere sempre, meglio o peggio, naturalmente. Prima del Moderno, a chiunque scrivesse era chiaro: era, insomma, un'ovvietà. L'impegno era a così tutto volto a scrivere ovvietà nel miglior modo possibile. Poi dilagò la pretesa del non-ovvio e divenne ovvietà: ci si perde così ovviamente in un'intricata foresta di ovvie non-ovvietà. E può accadere che le ovvietà passino per non-ovvie. Stare sulle orme, come appunto prima del Moderno era ovvio, può essere un criterio per non perdersi. Grazie, simpatico Lettore, per avere additato ad Apollonio un'orma sulla quale egli poggia il suo lento piede.

Anonimo ha detto...

La Sua maestria nel lasciar trascolorare dal verde al mo-viola i tempi di marcia è indubbia, oltre che molto invitante per una mestidanzatrice come me. Lo è al punto che mi permetto di spostare l'accento sulla foto di Gian Maria Volontè da Lei inserita a illustrazione del discorso.

Se non sbaglio, è tratta da "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", di Elio Petri. Le confesso che troverei molto più indicata alla bisogna un'immagine tratta da "Una storia semplice" di Emidio Greco, su soggetto di L. Sciascia. In quella pellicola, Volonté interpretava la figura di un anziano professore di lettere in pensione, interrogato, oltre che dal diabolico Fantastichini nelle vesti del commissario, anche dall'imbarazzato procuratore (il compianto Gianluca Favilla), che era stato, nella finzione filmica, un suo alunno non proprio ideale, fin da allora incline a cedere alle lusinghe del crimine, almeno di quello contro la lingua italiana.

Ma non è solo questo parallelo tra lo svolgersi di quella trama e della Sua trattazione su similitudini e reciproche influenze di indagine poliziesca e filologica odierne, a suggerirmi la maggior consonanza al Suo testo di una foto di Volonté/prof. Franzoni, rispetto a questa di Volonté nei panni del poliziotto assassino e inquisitore al contempo. Lo stesso titolo, sia del racconto sia del film da esso tratto, è infatti un ribaltamento ironico della realtà, tutt'altro che ovvia e lineare, che descrive.

Nella speranza di essere stata né troppo poco né troppo bradilogica, La lascio con un cordiale sorriso unito a un grazie, come sempre sincero.
Sua Licia

Apollonio Discolo ha detto...

Ha ragione, competente Lettrice. Fa già ciò che può, Apollonio, col testo. Le illustrazioni, come avrà notato, le trae, con la sua poca fantasia, dalle più facilmente disponibili in rete. Vedrà di trovare l'immagine che suggerisce e di sostituirla secondo il Suo suggerimento, appena il suo alter ego, impegnato in un per lui delicato confronto con Dante, gliene lascerà il tempo. Grazie, più che del commento, del contributo.

Apollonio Discolo ha detto...

Fatto, cortese Lettrice. Ancora grazie.

Anonimo ha detto...

Mi accorgo solo ora del cambiamento. Grazie a Lei per aver reso onore a un bravo attore, benché pessimo alunno redivivo, conservando intatta la preziosa (ai fini del Suo articolo) identità tra inquisitore e assassino e trovando anche il tempo di seppellire qualche (mio) apostrofo di troppo.
Sua Licia