24 gennaio 2014

Linguistica da strapazzo (24): "...yeee yeee il sale della terra"

"...yeee yeee il sale della terra" canta in questi mesi Luciano Ligabue (eccolo, su YouTube) e snocciola, intorno a questo refrain, una maliarda litania di proposizioni a predicato nominale: "Siamo la sorpresa dietro i vetri scuri | siamo la risata dentro il tunnel degli orrori | siamo la promessa che non costa niente | siamo la chiarezza che voleva molta gente [...] Siamo il culo sulla sedia, il dramma, la commedia | il facile rimedio | Siamo l'arroganza che non ha paura | Siamo quelli a cui non devi chiedere fattura".
Nell'espressione del rocker di Correggio (ivi inclusa la musicale, naturalmente), noi è un concetto formale che ha spesso funzione di fulcro. Questa è una delle ragioni che rendono tale espressione parecchio diversa da quella, per es., di Vasco Rossi, dove, a dare il tono all'insieme, è forse piuttosto io.
Se io è molteplice (ogni linguista da strapazzo lo sa), ci si immagini quanto lo sia noi, che è sempre un'operazione fatta a partire da un io, con l'aggiunta di numerosi variabili valori. Si potrebbe così giocare a cercare quanti e quali noi abbia costruito fin qui Ligabue e proposto di abitare a chi lo ha ascoltato, offrendogli in uso momentaneo la sua immaginazione al prezzo del biglietto d'ingresso (com'è giusto: l'immaginazione è sempre stata bene prezioso). 
E chissà che una volta o l'altra quel perdigiorno dell'alter ego di Apollonio non ci si metta a enumerarli e a farne sistema, dei noi e delle altre persone grammaticali di Luciano Ligabue, come può e come sempre a lui piace (c'è ormai tanta folla di giovani interpreti, pronti alle sintesi, intorno alle canzonette però che è forse meglio che i vecchi, coi loro vecchi metodi analitici, se ne stiano in platea).
Qualunque cosa faccia l'alter ego e senza la sua noiosa pretesa (che sempre va a vuoto, peraltro) di dire cose sensate, Apollonio, di noi di Ligabue, oltre al menzionato, ne vorrebbe indicare ai suoi lettori un altro, di venti anni fa: contrastivamente. Si sa che ad Apollonio piacciono i contrasti: pensa del resto, appunto un po' all'antica, che solo contrasti e differenze permettano di vedere baluginare qualcosa della trama del mondo. Capire? Suvvia, non si scherzi.
"Non è tempo per noi" cantava allora Ligabue, sull'onda degli Ottanta e agli inizi dei Novanta: "...che non ci adeguiamo mai | abbiam donne pazienti rassegnate ai nostri guai | Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai". E, il noi di quelle parole e di quella musica era ed è enunciativamente non-inclusivo del voi che appare nel testo, a un certo punto: "non vestiamo come voi | non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi": per rinfrescare la memoria, eccolo su YouTube.
Al livello dell'enunciato, appunto, perché, se si tratta di enunciazione, non uno di coloro cui musica e parole di quella canzone sono indirizzate, e quindi ascolta quel voi, in esso si sente né è chiamato a sentirsi incluso: anzi, è invitato a fare esattamente il contrario. Voi è personaggio della rappresentazione scenica di un atto enunciativo. Coloro che assistono alla rappresentazione (il voi, si dica, reale: quelli che pagano il biglietto, insomma) sono chiamati a farsi insomma co-proferitori del voi rappresentato. Sono invitati da quel noi che gioca a fare il noi tra enunciazione ed enunciato. Voi, in realtà, è allora un loro. E voi è incluso nel noi
Il modulo e il gioco sono tradizionali della canzone antagonista (illustri precedenti nella produzione musicale d'ispirazione sociale) e con pretese di protesta: il "ma che colpa abbiamo noi" confezionato anni prima da Mogol per Shel Shapiro e compagni d'avventura ne fu paradigma, a dire il vero parecchio lagnoso (tratto che non si attribuirà mai né alla musica né alle parole di Luciano Ligabue: sempre corroboranti). Ma era lo spirito dei tempi: gli scanzonati Ottanta che andavano verso la fuffa meglio degli impegnati Sessanta che andavano verso il nulla? Magari, un'altra volta.
 "...yeee yeee il sale della terra" canta invece, nel pieno della fuffa, Luciano Ligabue in questi mesi: "Siamo il capitano che vi fa l'inchino | Siamo la ragazza nel bel mezzo dell'inchino | Siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi | Siamo le ragazze nella sala degli specchi [...] Siamo l'opinione sotto libro paga | Siamo le riunioni qui nel retro di bottega | Siamo le figure dietro le figure | Siamo la vergogna che fingiamo di provare". Il noi è diverso da quello suo antico e ricordato, anche perché in un universo (testuale) diverso. È un noi, stavolta, occupatore di tutto lo spazio della persona. Nella canzone, c'è la non-persona, ovviamente, e ci sono anche un devi e un ti, a un certo momento: ma si tratta di seconda persona-fantoccio, quella che anche nei discorsi di tutti i giorni fa appunto da impersonale. Non-persona, appunto: quanto a persona, solo noi, che si mangia naturalmente anche l'io di "con cui ti faccio fuori". 
Venti anni dopo (maturità?), tempo del noi deve essere chiaramente diventato: noi ovunque, infatti, come "sale della terra", senza che mai compaia in superficie, prerogativa dell'italiano e diversamente da venti anni prima, la parola "noi", un po' volgare, perché di norma stucchevole o violenta. 
Noi inclusivo dei paganti biglietto, del voi? Di nuovo, sì. Come diversamente? Altrimenti, addio a Campovolo. A momenti, costoro sentono però che farebbero volentieri a meno, magari, di tale compartecipazione: ove ci fosse, naturalmente. Il dubbio che ci sia c'è. Né viene univocamente fugato: la favola, di chi parla? Aiuta allora, come sempre, l'ambigua illusione che, stavolta, a essere un loro sia proprio quel noi, che insomma noi non sia un noi ma solo un noi: il personaggio d'una rappresentazione. 
La musica, così semplice, di Luciano Ligabue è però tanto maliarda e tanto maliarde sono, così semplici, anche le sue parole. Come si fa, noi, a non cantare tutti insieme? "...yeee yeee il sale della terra". 

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Comincio forse a intravvedere il motivo per cui ho sempre preferito Ivano Fossati con il suo brano "La musica che gira intorno"; inizia con un "loro" e, passando per un passante impersonale -- "uno" -- già bollato come "senza futuro", si concede sì, e anche più volte, nel ritornello un "noi", ma solo per dichiararlo spezzato in due, già in partenza, da un "maledetto muro" che attraversa ciascun perduto "io" dei suoi componenti.
Sua Licia (non-allineata).

Apollonio Discolo ha detto...

Anche Lei, non-allineata Lettrice, come Apollonio è tra coloro che sente il primo Fossati più del secondo? Attitudini. Apollonio non vorrebbe tuttavia aver dato l'impressione di sdegnare Luciano Ligabue, il cui ascolto trova al contrario, come ha scritto, sempre piacevolmente corroborante e di cui apprezza la capacità di riuscire a rendere gustosi i luoghi comuni (quasi ogni sua canzone ne contiene uno: un giorno o l'altro appunto... ) senza stravolgerli per intellettuale pretesa di originalità: tale e quale la sua musica, insomma. E sarà esattamente per questa ragione che Apollonio, come Lei pare, sente il primo Fossati più del secondo.

Anonimo ha detto...

L'ironia non sembra lo stile più comune a Ligabue, ma ogni tanto c'è, e nemmeno troppo di rado. Noi è enunciato da un io certamente, ma, proprio in quanto enunciato, può persino non contenerlo (l'io). Sarà capitato a tutti, immagino, di dire dei noi da cui si è pensato (volendolo o no) di poter anche essere esclusi.
Che poi a Ligabue giocare coi pronomi, sulla base di luoghi comuni sì, piaccia, in Mondovisione si vede molto bene. Così come che voglia fondamentalmente far compagnia a chi lo ascolta. Attitudine opposta, quanto a espressioni dell'io, a quella che si trova in Guarda che non sono io di De Gregori.
Grazie,
fan di Ligabue in questo caso

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie a Lei, anonimo Lettore o anonima Lettrice, della competente messa a punto. Grazie da un fan (ironico, appunto) di Ligabue.

Anonimo ha detto...

A dire il vero, non mi ero nemmeno accorta che ci fosse da attraversare un ... fossato tra il primo e il secondo Fossati. Sarà forse dovuto al fatto che, mentre sorvolavo idealmente l'Atlantico ascoltando "Panama" e "Italiani di Argentina" o anche "La pianta del tè", una fitta coltre di nubi nascondeva l'oceano; un po' come se fosse musica, di quella che gira sempre intorno da maratoneta instancabile, ma senza testimoni da passare.
Sua Licia (clandestina non-pagante)